Achille e la tartaruga - CineFatti

Achille e la tartaruga, Takeshi Kitano all’inseguimento

Kitano si immedesima nel paradosso di Achille e la tartaruga

Impiccato sulla vetta del Fuji si staglia un pupazzo con la faccia del regista Takeshi Kitano. Icona del cinema giapponese, icona del cinema mondiale, icona e basta. Si è suicidato. Almeno è questa la metafora che lui ama adottare per definire il proprio suicidio artistico, tradotto in parole povere in una trilogia dedicata a se stesso e quindi all’arte da cui oggi è impossibile separarlo, il cinema.

Ha scelto di essere un Guido Contini felliniano con Takeshis’, un protagonista delle molteplici incarnazioni in Glory to the Filmmaker! e infine nel 2008 una tartaruga pittrice nell’eterna corsa del paradosso di Achille e la tartaruga.

Le radici della corda al collo

Parte del suicidio la rintracciamo subito nel decisivo calo di supporter rispetto ai tempi di Hana-bi oppure Sonatine e lo stesso dicasi degli introiti. Potremmo affermare di averlo visto uscire di scena in seguito a Dolls, quando accettò di dirigere il suo primo film su commissione, lo splendido Zatoichi contro cui nulla si può scrivere.

Svuotatosi dei panni del samurai cieco Kitano implose e con fermezza rientrò nelle sale sotto una nuova veste, un cambiamento radicale e proiettato verso l’interno. Ne uscì un autore nuovo lontano dai personaggi interpretati e vicino all’incarnazione della sua idea di cinema così come in Outrage avrebbe interpretato il ricordo del racconto della yakuza rappresentando il contemporaneo contro il moderno.

Per raggiungere tanta maturità artistica, di cui ancora non conosceremo il futuro sfogo, forse un sequel di Outrage o chissà cos’altro, Kitano si è immerso fino ai capelli in una discussione tramutatasi nel paradosso di Zenone: il rapido Achille potrà mai raggiungere la tartaruga se questa avrà un vantaggio di 9 metri? Kitano si chiede dunque se l’uomo raggiungerà mai quanto desidera dall’arte pur essendone il creatore.

Achille, la tartaruga e Machisu

In Achille e la tartaruga è protagonista Machisu (Kitano), un uomo innamorato dell’arte nel cuore impegnato in una costante corsa volta al raggiungimento della comprensione attuale delle arti. La ripercorre dai suoi esordi primitivi dei graffiti fino alla street art sovversiva e di stampo sociale dei giorni nostri, ma in realtà Machisu è fuori.

Nasce con in testa un berretto alla francese già con lo stereotipo dell’artista stampato sul volto e vive intorno alla intorno alla ricerca pittorica con cui raggiungere fama e successo. Purtroppo precede di volta in volta il suo desiderio, fuori tempo e lontano dal tagliare il traguardo agognato. Sarà sempre una tartaruga, prima all’arrivo.

Achille e la tartaruga però non si esaurisce qui, perché a una seconda lettura la vita di Machisu altro non è che la vita artistica del vero Kitano, sopraggiunto in coda sullo schermo per dare corpo alla terza età del suo nuovo protagonista.

Il percorso artistico di Kitano

Parte dalla violenza di Violent Cop e dal suicidio dei genitori di Machisu e la terribile convivenza con lo zio e giunge al sentimentalismo di Hana-bi fianco a fianco con la storia d’amore con la futura moglie, per poi esporsi all’incomunicabilità di Dolls e del rapporto inesistente con la propria figlia, fino ad abbracciare una violenza vuota, quella del cinema giapponese del tempo, vista con le esperienze di morte con l’acqua e il fuoco.

Kitano giunge a una doppia conclusione: Achille non raggiungerà mai la tartaruga, mai come lui vorrebbe perché il successo al 100% è irraggiungibile, così dichiara in un’inytervista. Essere compresi sempre e comunque è impossibile e talvolta si può persino precedere il momento del successo. Quante volte abbiamo visto riabilitazioni post-mortem nella storia del cinema o ripescaggi di film passati e dimenticati?

Ricercare una condivisione completa con lo spettatore è una partita persa in partenza. Se vedessimo invece il paradosso all’inverso e ci chiedessimo se la tartaruga può raggiungere Achille, la risposta sarebbe una sola secondo Kitano, sì.

Machisu interrompe la propria corsa nel finale e riesce finalmente a essere ciò che ha sempre desiderato, anche se in piccolo, ottenendo osì una vittoria personale, vissuta già da molto tempo, ma realizzata solo in conclusione.

È quindi un suicidio artistico? Affatto, Kitano ha semplicemente deciso di abbandonare la strada per la fama e il successo – sempre se abbia mai avuto davvero questo desiderio o non sia stato invece un sogno altrui proiettato su di lui. Noi spettatori possiamo dire solo una cosa, Takeshi Kitano l’arte l’ama davvero.

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

 

8 pensieri su “Achille e la tartaruga, Takeshi Kitano all’inseguimento

  1. Vero,Kitano :un artista.Certamente già un certo discorso artistico si poteva trovare anche nei suoi film violenti e disperati,quelle sorte di noir nipponici che dirigeva in passato.Però come tutti i grandi è capace di fare diversi tipi di cinema,senza barriere.La purezza dell’espressione,che cerca invano di afferrare la perfezione.
    Lui e Van Trier negli anni 90 erano i miei eroi,e lo sono pure ore!Insieme a Zhang Yimou

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    1. Zhang Yimou non saprei, devo ancora vedere i suoi ultimi film, ma mi ricordo che calò un po’ dopo quel capolavoro di Hero. Kitano per me sta diventando un vero mito adesso, più invecchia più è bravo, poi riesce ad essere diverso pur girando sostanzialmente cose dello stesso stampo a volte, s’è distinto solo con Glory e questo Achille, per il resto, quasi sempre Yakuza, Yakuza, Yakuza, ma con stile e dando sempre la sensazione di fare qualcosa di diverso. Artista appunto… per me eroe è stato ed è tutt’ora invece Pen-ek Ratanaruang, un regista thailandese eccezionale!

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  2. Il buon compagno Zhang ha fatto cose bellissime tra l’80 e 90,dove ha descritto la società cinese e i suoi mutamenti,indicando certamente gli errori ma senza quello spirito facilone da indignati per professione.Poi dopo Hero,ha fatto la foresta dei pugnali volanti che non è gran che,ma si è ripreso
    con il buon e soddisfacente La Città Proibita.
    Kitano è il maestro e il genio delle variazioni sulla stessa partitura,la musica è yakuza e ancora yakuza,ma l’amarezza e il cinismo malinconico delle sue opere è suggestivo e incisivo.Poi si è dato a un cinema più surreale autoriale e anche qui ha dato per me buone prove.Forse brothers è il suo film non eccelso.
    Po a me piacciono To,Woo,e ho visto la luce cin un bellissimo film cinese The warlords con Jet Li,stupendo!

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    1. Di Zhang ammetto di conoscere solo la filmografia di mezzo, ma mi sa che recupererò a brevissimo l’ultima parte, credo proprio che la prossima vittima recensita sarà “Under the Hawthorne Tree” che mi ispira moltissimo!
      “maestro e genio delle variazioni sulla stessa partitura” è una frase geniale fattelo dire!Calza davvero a pennello su Kitano su cui quoto anche riguardo alla valutazione su Brother, un tentativo di rendere “americanabile” la sua poetica, riuscendoci solo un parte… di quel film ho apprezzato molto solamente l’interpretazione di Kitano come sempre, ma soprattutto di Susumu Terajima, lui lo adoro.
      “The Warlords” mette speranze, si!Peter Chan lo beccai già nella tripletta di “Three”, diresse l’episodio “Going Home”, semplicemente fantastico e con un Eric Tsang che raramente riesco ad apprezzare a pieno, ma questo è sicuramente il caso!Ho letto buone cose anche sul suo ultimo film “Wu Xia”, con Donnie Yen e Takeshi Kaneshiro, quindi direi che forse Chan può davvero diventare la nuova luce del cinema cinese, anche se ammiro moltissimo anche Jiang Wen (“Let the Bullets Fly” l’ho adorato e venerato), e continuo ad amare i due detti da te, To e Woo, Maestri con la M maiuscola!

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  3. sto trattando con i miei amici cinesi l’importazione in Italia di story of the party che è praticamente la storia del partito comunista cinese.Spero di beccarlo da qualche parte,cazzarola!
    Si,Brother è il bignami ,la semplificazione for dumbs and dummies della poetica kitaniana per i bambini cresciuti a stars and strips.Ha però delle scene travolgenti,ma rimane minore

    ps:maronna ho visto il Bosco 1,che esperienza !San Bergman perdonami e salvami!^_^

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  4. Io ebbi modo di vedere “Bodyguards & Assassins” con una mia ex-cinese che mi spiegava tutta la storia della nascita del partito!E’ stato un po’ come vedere una Story of the Party!Oh, quando lo trovi segnalalo a lettere cubitali sul tuo blog o vieni qui a dirmelo, che dire che sarei interessato è dir poco *___*

    p.s. non lo conoscevo, ma sono andato a cercare e ho visto “distribuzione della Troma in America” che mi fa pensare a qualcosa che va dall’oscenamente orrendo all’oscenamente geniale! xD devo assolutamente averlo!

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      1. Deduco che sei appasSionato, con la seconda s maiuscola, del trash che più trash non si può! Io sto prendendo appunti per vedermi questa roba e passare un po’ di tempo a prendere per i fondelli lo schermo xD

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