L'erede (Michael Zampino, 2010)

di Roberto Manuel Palo.

Un ricco radiologo, Bruno (Alessandro Roja), dopo la morte del padre, eredita una villa sperduta tra i monti Sibillini. Bruno vuole andare a vedere com’è la casa e va insieme alla fidanzata e decide di restare per ristrutturarla e venderla al miglior offerente. Come vicini di casa ha la rurale famiglia Santucci, composta da madre (Guia Jelo), un figlio (Davide Lorino) e una figlia (Tresy Taddei). Conoscevano il padre di Bruno e hanno seria intenzione di appropriarsi della casa e son disposti anche a ricattare, intimidire e, all’estremo, uccidere.

di Roberto Manuel Palo.

Per dimostrare la grande profondità e aulicità delle parole pronunciate dai vari protagonisti, cito un dialogo dove Angela mostra una sua foto a Bruno e gli dice: “In questa fotografia sto male. Sembro una bucchinara”. Ne ho visti tanti di horror e non ho mai preteso discorsi d’autore ma, se Zampino dice che il suo film rientra più nel genere noir o nel genere thriller psicologico, i dialoghi hanno importanza primaria, altroché, neanche voglio sentire discorsi tipo quello della fidanzata di Bruno a letto: “Amore, scusa se sono stata una stronza. Penso solo ai fatti miei e non mi rendo conto che tuo padre è morto” dopo che, per le scale, aveva esternato i suoi dubbi nei confronti della villa. Che c’entra il padre di Bruno col fatto che la villa non ti piace? A meno che Zampino e Ugo Chiti, sceneggiatori, abbiano dimenticato di inserire una battuta tra la scena delle scale e quella del letto in cui la fidanzata di Bruno va in escandescenza e dice: “Bruno, io qua non ci voglio stare, te ne devi andare anche tu. Poi mi è venuto il ciclo, quindi non insistere”. Dubbio che sale andando avanti nella visione della pellicola e notando gli enormi buchi di sceneggiatura tra cui la stessa Francesca (Maria Sole Mansutti), fidanzata di Bruno, che appare all’inizio del film con la scena di cui ho parlato precedentemente e poi, inspiegabilmente, sparisce e non dà più traccia di sé. Che fine ha fatto? A cosa è servito il suo personaggio oltre a farci involontariamente ridere?

Un film scritto bene è capace di coinvolgerti e di immergerti totalmente nel mondo che il regista ti sta facendo esplorare. Quindi cosa succede quando la sceneggiatura è interamente da buttare? Ci sono location, scenografia, attori, colonna sonora, fotografia. Tutto questo deve essere convincente per salvare la pellicola e fargli raggiungere la sufficienza. Gli attori devono fare in modo che lo spettatore si immedesimi in loro tanto da coinvolgerlo in quello che fanno. Ne L’erede i personaggi sono sviluppati al minimo. L’unico personaggio più complesso è quello di Paola, la madre, infatti la migliore interpretazione è proprio quella di Guia Jelo. Il resto del cast, compreso Alessandro Roja, famoso per la buona interpretazione del “Dandi” nella serie tv Romanzo criminale, sono degni di una telenovela piemontese per la loro interpretazione. E questo rende la pellicola ancora più noiosa, portando alla sonnolenza.

Sorprenderà il fatto che, registicamente parlando, Zampino regala qualche attimo di buone inquadrature e ottima resa visiva che potrebbero essere una speranza per il futuro del regista.

Quando c’è tutto di negativo un critico aggiunge sempre: “Almeno c’è una buona fotografia”. Mauro Marchetti è artefice di una fotografia sgranatissima e davvero spoetizzante oltre che priva di qualsiasi cromatismo, si fa veramente fatica a guardare e capire cosa sta succedendo.

L’ambientazione è caratterizzata da due case arredate male sperdute sui monti. Sembra un dettaglio di poco conto, ma anche l’occhio vuole la sua parte. Nella recensione de Il marito perfetto ho parlato di casa sperduta sulle colline. Ma andate a guardare dentro la casa del mediometraggio di Pavetto e confrontatela con queste de L’erede.

See You Soon.

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12 pensieri su “L'erede (Michael Zampino, 2010)

    1. Ma figurati. Mamma, non avevo controllato da oggi e ti ho fatto l’off-topic nel commento da te. Scusa:D. E tralaltro il link che mi hai dato lo avevo letto subito dopo aver fatto questa recensione. Non sapevo fosse il tuo. Complimenti:D. Effettivamente siamo d’accordo praticamente su tutti i punti:D

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      1. In effetti sembra proprio ti abbia letto nella mente:D. Evidentemente l’abbiamo vissuta quasi allo stesso modo. Infatti quando ho letto la tua recensione ci sono rimasto da quanto alcune parti erano similari alle mie:D. Però un pregio c’è: non c’è un cattivo che si chiama Nicola:D

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  1. Che poi io mi chiedo sempre perché i registi devono difendersi dicendo “no, no, per carità, non è un horror, è un noir, è un thriller”. Che ha l’ horror, puzza?
    E poi i soldi pubblici defenestrati per queste schifezze che non incassano neanche tanto da coprire i costi…

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    1. Quoto in pieno. Specialmente la seconda parte:D. Che poi dicedo “è un noir, è un horror” fanno ancora di più una figura di niente perchè i dialoghi per un noir o un thriller sono importantissimi. E invece mettono dialoghi da slasher dove un gruppo di giovani idioti va a farsi massacrare. Fino ad ora l’horror italiano non è che profumava, comunque:D. Ora qualcosa di decente sta venendo alla luce, ma non viene distribuito. In compenso vengono finanziate queste porcherie. E’ l’Italia, Lucia. Dovresti saperlo:D.

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      1. Ahahah. Vero!Bisogna dirlo ad alcune persone che fanno cinema che, evidentemente, non sanno il noir cos’è. Eppure alla Scuola di Cinema c’è un modulo intero nel Corso di Regia (e non solo) che è dedicato ai generi e ai loro significati:D

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  2. e pensare che a me aveva pure incuriosito!

    l’horror in italia è come la lebbra, appena qualcuno pronuncia la parola scappano tutti. i produttori non lo vogliono fare e il pubblico (a ragione) non si fida più di prodotti nostrani, preferendo giustamente gli stranieri. c’è bisogno, secondo me, di una rieducazione e di un innalzamento della qualità (magari dando credito e più soldi agli indipendenti).

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  3. Sono d’accordissimo con te. C’è bisogno di un innalzamento della qualità. Ed è proprio dagli indipendenti che questa componente fondamentali. Molti registi pensano che basta dire:”Questo film è indipendente” per assicurare che è un film di qualità. E’ indipendente, è costato poco o niente, è di qualità, che volete. Ed escono autentiche porcherie che vengono esaltate dalla critica perchè “indipendenti” e “costate poco”. Invitano alla distribuzione e alla visione, gli appassionati guardano il film e rimangono schifati chiedendosi per quale motivo quelle recensioni erano così positive. Così si perde la fiducia nel genere e nella critica che quel genere lo recensisce ed ecco fatta la frittata. E’ la sincerità e la voglia di dire le cose come stanno che manca ed è la piaga dell’horror in Italia. La stessa piaga che consente ai registi (ovviamente è un discorso generale) di vantarsi di fare delle porcherie indipendenti.
    Ed è per questo che spero che Lucas Pavetto e altri registi che stanno uscendo fuori ultimamente nostrani abbiano lo spazio che si meritano sperando che non finiscano anche loro nel meccanismo di questa macchina infernale.

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