Un Barton Fink a Roma – Parte III

La sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma sta volgendo al termine. Davvero pochi i sussulti: in concorso le pellicole che ci sentiamo di ritenere veramente memorabili sono state due: Hotel Lux, esempio mirabile di “travestitismo storico” (il film con cui si può fare il più facile paragone è Inglorious Basterds), diretto da Leander Haußmann: due comici (straordinari entrambi, Michael Bully Herbig e Jürgen Vogel) allietano le scene berlinesi del 1938 interpretando le superstar del momento, Hitler e Stalin; sognano Hollywood, ma si ritrovano all’Hotel Lux di Mosca, base strategica del Comintern e delle sue spie, con ovviamente Stalin in persona a fare gli onori di casa; produzione tedesca ma di amplissime vedute, con un dispiego sostanzioso di effetti speciali, scritto ottimamente e girato con grande raffinatezza fotografica.

Il secondo grande film in concorso è Un cuento chino, produzione spagnola diretta da Sebastiàn Borensztein con Ricardo Darín protagonista (lo abbiamo visto nel premio Oscar come film straniero Il segreto dei suoi occhi): Darín interpreta un introverso ferramenta argentino che vede irrompere nella sua malinconica solitudine nientedimeno che il cinese Jun, che però non parla una parola di spagnolo. Il film si apre proprio con una idilliaca sequenza ambientata lungo un placido fiume cinese, su una barca due innamorati si stanno per scambiare la promessa di matrimonio ma una MUCCA cade dal CIELO e sfonda l’imbarcazione, uccidendo la donna. Questa la premessa surreale a un film che mischia con maestria rara i toni comici e drammatici, fino alla poetica risoluzione finale.

Fuori concorso, invece,a la scena è stata nettamente conquistata da My Week with Marilyn, ispirato alla vera storia dell’amore che nacque sul set di un film d Sir Laurence Olivier tra il suo assistente alla regia e la Diva. Ricostruzione d’epoca magistrale, costumi e scene incredibili con attori che non sbagliano praticamene nulla, in particolare la Marilyn di Michelle Williams (il suo mimetismo gestuale mette i brividi) e l’Olivier di Kenneth Branagh. Pellicola che rivela al mondo il talento purissimo del regista Simon Curtis, che non ha tanto esaltato però Paolo Mereghetti (“mi è piaciuto, ma non me la sentirei di strapparmi le vesti”, dixit), il quale però stava convincendo un esercente italiano a comprarlo per il nostro mercato. Ci auguriamo fortissimamente per voi che lo riesca a convincere.

Pupi Avati e il suo Il cuore grande delle ragazze (in concorso) e Roberto Faenza con Someday This Pain Will Be Useful to You non hanno avuto grande riscontro di critica, ma abbiamo comunque fatto bella figura con Ivan Cotroneo, che con La cryptonite nella borsa, tratto da un suo romanzo e interpretato da un ottimo cast in cui spiccano Libero De Rienzo e Fabrizio Gifuni (produzione solidissima di Indigo Film e Lucky Red, con quasi tutto il cast tecnico dei film di Sorrentino, a partire da Luca Bigazzi alla fotografia), restituisce un bel romanzo di formazione in una Napoli più domestica che paesaggistica, peraltro ambientando la storia negli anni ’70, indovinando anche la patina vintage.

Per la sezione Extra, il film imperdibile è stato Bobby Fischer against the world, documentario sul Mozart degli scacchi, colui che è stato considerato il giocatore più forte di tutti i tempi, distrutto interiormente dalla convivenza di genialità e nevrosi, di cui la regista Liz Garbus traccia un ritratto fedelissimo grazie a storici filmati di repertorio (Fischer non voleva le telecamere ai suoi incontri, ma per fortuna esistono tutti i nastri della leggendaria partita con Boris Spasskij che gli valse il titolo di campione del mondo) e interviste agli amici, ai familiari, ai colleghi, ai rappresentanti del mondo degli scacchi. Il logo di Feltrinelli Real Cinema prima della proiezione fa ben sperare in una sua distribuzione italiana, quanto meno in dvd.

Chiudiamo citando obbligatoriamente un film della sezione Alice nella Città, intitolato Death of a Superhero, coproduzione tedesca e irlandese, diretto da Ian Fitzgibbon, interpretato da Andy Serkis e da un eccezionale Thomas Broie-Sangster. È la storia di Donald, diciassettenne che il cancro sta accompagnando tristemente verso la morte, che lui esorcizza attraverso la trasposizione fumettistica della sua vita, resa nel film attraverso spettacolari sequenze animate, talvolta anche mescolate con la live action.

Una battuta del film è la frase memorabile del festival, e la pronuncia una avvenente escort (?), che viene “regalata” a Donald per compiere il “grande passo” prima di morire: “L’amore è come una gara in cui ognuno dei partecipanti fa di tutto per far vincere l’altro”.

Il vostro Barton Fink non crede molto nell’amore, ma se proprio dovesse adottare una definizione, non esiterebbe a scegliere questa.

Elio Di Pace

4 pensieri su “Un Barton Fink a Roma – Parte III

  1. A me sta storia dei “pochi sussulti” non mi piace proprio… Ma vabbè, ognuno prova i sussulti che si cerca.
    Il resoconto è ottimo, ma da Barton Fink NON E’ lecito attendersi approssimazioni come “la storia d’amore che nacque sul set di un film di Laurence Olivier”… Il film è IL PRINCIPE E LA BALLERINA, quarta ed ultima pellicola di uno dei più giganteschi geni della storia del…(TEATRO! (diranno i miei piccoli lettori. E invece no, cioè sì, anche, ma pure del) CINEMA! I suoi tre film shakespeariani sono di statura addirittura wellsiana, e non va dimenticato che il suo HENRY V rientrava nella classifica personale di STANLEY KUBRICK dei suoi dieci film preferiti, e pure nelle prime posizioni…
    Dissento invece completamente da qualunque giudizio positivo sulla Kryptonite di Cotroneo, esempio di cinema italico vuoto e fasullo, che vuole riuscire simpatico a tutti i costi come un animatore Valtur. Ma viva, e semper vivat, Barton Fink!

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    1. Hai perfettamente ragione AGO, ma purtroppo ho scritto l’articolo in condizioni disagiatissime e non ho avuto modo di controllare il film. Lo so che gli Shake di L.O. sono grandiosi però non temere.

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