Westworld e la Torre Nera

Westworld e la Torre Nera

Quanta Torre Nera c’è in Westworld? – di Francesca Fichera.

Se ne parlava qualche tempo fa sul gruppo Facebook La Torre Nera. Al punto che ho pensato di scriverne. Di scrivere di come Westworld, serie del momento dell’HBO, e la Torre Nera, unica saga fantasy di Stephen King, hanno finito (almeno in superficie) coll’assomigliarsi un po’.

Lo spunto, a suo tempo, è venuto da una canzone. Se i lettori del Medio-mondo hanno avuto modo di guardare il pilota dello show, avranno già capito. Ma per chi non la conoscesse, provvediamo noi a spiegare che, insieme con Hey Jude dei Beatles, Paint it Black dei Rolling Stones è una delle anime musicali della Torre.

Così il déjà-vu viene facile. Le sue note risuonano sullo sfondo di un deserto popolato da pistoleri e androidi… ed è subito 19. Il numero del Ka, dei “molti mondi oltre a questo”.

Giochi di ruolo e affinità elettive

Certo, se fosse solo una questione di musica ci limiteremmo al campo della suggestione. O delle coincidenze. Perché, sì, non staremo qui a negare che il nomignolo di “uomo in nero” affibbiato al personaggio di Ed Harris stia lì per puro caso. Quello che infatti fu il ruolo di Yul Brynner nell’originale di Michael Crichton risale a un decennio prima dell’esordio della saga di King. Fatto per il quale sarebbe lecito ipotizzare al massimo il contrario, e cioè che il Re, all’epoca, si sia lasciato ispirare e sedurre dal film Il mondo dei robot.

[potrebbero seguire SPOILER: se non avete finito di leggere La Torre Nera o di guardare Westworld, fermatevi qui!]

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Comunque abbiamo più di un pistolero fra i protagonisti. Uno di loro, che conosciamo sin dall’inizio ed è il Teddy di James Marsden, ha gli occhi chiari e porta nel cuore un amore ideale e impossibile: quello per la bionda Dolores. Vi ricorda qualcosa?

E Maeve, l’afroamericana ribelle dall’animo diviso che vuole sovvertire le regole del gioco, non è forse simile a Susannah/Detta Walker?

“L’inferno è ripetizione”

Abbiamo poi già accennato agli scenari dove organico e inorganico si mescolano fino a confondersi; proprio come succede ne I lupi del Calla, il quinto libro della Torre. In Westworld manca il “sentiero del Vettore”, ma al suo posto domina la presenza/assenza di un labirinto che è la struttura, in senso stretto e lato, di ogni cosa. Che quindi appare sia come un principio regolatore, sia come la forma concreta del mondo (o dei mondi) di cui il Dott. Ford è demiurgo.

E infine troviamo il concetto chiave: la ripetizione. Infinita, eterna. Che solo le macchine riescono ad attuare e a vivere dall’interno, ma della quale, nell’ottica del (video)gioco, fa esperienza anche l’umano.

Solo che non è tutto oro quel che luccica: l’eternità, se fatta di continuo dolore, di illusione, da “paradiso” può mutare in inferno. Ciò che la vicenda di Roland ci ha meravigliosamente insegnato, Jonathan Nolan ha saputo dirlo di nuovo con altrettanta grazia. Almeno finora.

Attendiamo il gran finale (che è solo sinonimo di addio).

 

 

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