Narcos

Narcos: i pro e i contro

Narcos in un tempo e mezzo – di Francesca Fichera.

Tempo che si restringe e si dilata in Narcos, la serie Netflix intessuta attorno al personaggio di Pablo Escobar, sanguinario imperatore del cartello colombiano di Medellín. Lo stesso che le foto di repertorio ci mostrano laido e in sovrappeso, con il ghigno viscido di chi è disposto a tutto pur di vincere, e a cui lo show ideato da Chris BrancatoCarlo Bernard e Doug Miro ha scelto di assegnare il volto intrigante di Wagner Moura.

Ma a dispetto delle differenze fisiche, l’attore brasiliano regge bene il confronto con la figura criminale che ha imbrattato di rosso la Colombia degli anni Ottanta: il suo sguardo truce, il mento incassato e la voce profonda sono parti imprescindibili e indimenticabili del discorso di Narcos, capaci di bucare lo schermo sin dai primi minuti di girato.

Narcos - Wagner Moura 1

Narcos: i pro

E quindi , la presenza scenica di Moura/Escobar rientra di diritto fra quegli elementi per i quali la serie di cui è protagonista meriterebbe una visione. Ma c’è anche e soprattutto lo sfondo, il contesto, così ben caratterizzato da garantire un’immersione totale e avvolgente nel tempo e nel luogo della storia.

Gli odori, i rumori e i mille corpi delle favelas colombiane bussano ai nostri occhi quasi più della sagoma caratteristica di Pablo e dei suoi hermanos, raccontando quel dolente ossimoro fatto di fame e sazietà, povertà e lusso sfrenato, inscindibile dalla memoria dell’universo.

A parlarne, calcando (giustamente) la mano, è tutta la prima stagione di Narcos. Quella che ogni secondo sembra dire: ecco i mostri che hanno illuso intere generazioni con il sogno di un riscatto sociale in grado di riempire solo le tasche (e i letti) di pochissimi.

E qui siamo letterali, perché nel mondo di Escobar c’è quasi più sesso che droga, ma soltanto secondo quell’interpretazione volgarmente fascista che in esso vuole leggere una prova di virilità, forza e superiorità: in poche parole, uno strumento di potere.

Ne consegue, quasi logicamente, che in quel mondo la donna non ha che due possibilità: vendersi – ed è il caso, oltre che delle numerose prostitute, del personaggio di Valeria Vélez, complice e amante di Pablo – o tacere, come la brava moglie Tata.

E tuttavia è proprio grazie alla crudeltà con cui la fiction potenzia la ricostruzione storica, aprendo a scene di massacri con suadenti e sensuali melodie latine, o spezzando il flusso del racconto con fermo-immagine accompagnati da commenti sardonici, che Narcos trascina nel vortice chiunque oltrepassi la soglia dei suoi primi episodi.

…e i contro

Dunque c’è qualcosa che potrebbe convincervi ad accantonare la visione della serie del trio Brancato/Bernard/Miro? Difficile, però la presenza di certi difetti si fa notare.

Narcos - Luis Guzman

Su tutti, colpisce la ridondanza del commento/voce narrante di Boyd Holbrook, interprete – accanto a Pedro Pascal – di uno dei due poliziotti della DEA incaricati di seguire le indagini sul conto di Escobar; una rigidità palese anche quando il suo personaggio, lo smilzo agente Murphy, risulta off screen.

E se da un lato la sceneggiatura di Narcos porta bene a termine il lavoro di sottolineatura della volgarità e della furia cieca dei boss dei cartelli, dall’altro cade a più riprese in un leggero – ma comunque percepibile e fastidioso – atteggiamento manicheo che fa salire sul piedistallo, a riprese alterne, il buono e il cattivo, il poliziotto e il criminale, il civile statunitense e l’affascinante belva del Sud America.

Come se, ancora di questi tempi, si sentisse il bisogno di un protagonista a cui volere bene nonostante tutto. Quando (e un Walter White a caso ce l’ha ben insegnato) ci si può affezionare anche nel vincolo dell’odio; e qualcosa ci dice che, con il giusto distacco, la grande fuga narrata dalla seconda stagione di Narcos potrebbe lasciare il suo bravo vuoto. Appunto, nonostante tutto.

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