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Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

È morta Misery, evviva Misery! – di Francesca Fichera.

Rob ReinerStephen King: un connubio già saldo dal 1984, anno dell’uscita di Stand By Me – Ricordo di un’estate. E anche lì, come in Misery, la paura assumeva forme più umane che mostruose.

È ormai nota la trama del film che ha consegnato Kathy Bates alla schiera dei villain senza tempo: lo scrittore Paul Sheldon (James Caan), dopo aver ucciso metaforicamente la protagonista della saga che lo ha reso famoso, si ritrova coinvolto in un incidente stradale; a soccorrerlo è Annie Wilkes (Bates), infermiera nonché sua fan n° 1.

Ma il salvataggio si rivela essere tutt’altro che un atto misericordioso: Paul Sheldon capisce ben presto che la morte letteraria di Misery ha avuto conseguenze al di fuori della sua portata, e che la follia degli uomini vive nascosta dietro gli angoli.

Un buon adattamento

D’altra parte, King qui è maestro e ispiratore, e il film di Reiner che trae spunto dal suo romanzo omonimo dimostra di saperne seguir l’ “insegnamento” mantenendo, al tempo stesso, l’autonomia propria degli adattamenti più riusciti.

Gli aggiustamenti compiuti in fase di riscrittura sono limitati alla superficie e, per la maggior parte, s’impegnano a smussare l’efferatezza delle descrizioni kinghiane, pur regalandoci una scena – poi diventata cult – che di quella violenza restituisce il giusto, sulle note della Sonata al chiaro di luna di Beethoven.

E poi ci sono gli attori: due presenze totali, statuarie. Caan perennemente sudato e tremante, ben calato nei panni della vittima della gelida e morbosa Annie, cui la Bates presta uno sguardo e una fisicità difficili a dimenticarsi.

In lei, infermiera corpulenta dall’abbigliamento castigato, rivive il Male di chi è disposto a tagliare con l’accetta ciò che non è capace di accettare; e, al di là di qualsiasi gioco di parole, è giustamente, e almeno quello, da Oscar. Senz’ombra di dubbio.

 

 

 

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