Chi-Raq - CineFatti

Chi-Raq: sciopero del sesso a Chicago

Niente sesso senza pace a Chi-Raq.

Nell’’infinito dibattito legato all’’hashtag #OscarsSoWhite si parla solo di un paio di film snobbati dai membri dell’Academy: Straight Outta Compton e Creed, a ragione del fatto che le uniche candidature ottenute sono per membri bianchi del cast tecnico e artistico, sceneggiatura originale il primo e Stallone il secondo.

Prima che le nomination fossero annunciate, Concussion era sulla bocca di tutti per l’’interpretazione di Will Smith e Beasts of No Nation per Idris Elba. Ma il più meritevole è sempre mancato all’appello: Chi-Raq del veterano Spike Lee.

Certo, Lee ha vissuto lunghi anni snobbato da pubblico e critica a causa di una serie di scarsi successi e, diciamocelo, evitabili disastri come Miracolo a Sant’Anna, ma il suo passato prima o poi doveva riemergere, quel talento sopito dietro documentari e remake come Oldboy era destinato a tornare a far parlare di sé.

Così è stato e mentre Netflix produceva il suo primo lungometraggio Beasts of No Nation con tanto di grandi presentazioni festivaliere, Lee ha lavorato per la concorrenza, Amazon Studios, e diretto il loro primo film.

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Sparta vs Troia

Parliamo di Chi-Raq, il nuovo figlio del furore politico di Spike Lee.

È il soprannome di Chicago, guadagnato col sangue di oltre 7000 vittime delle armi da fuoco, ben più dei soldati uccisi in azione nelle guerre in Afghanistan e in Iraq. Ma è anche il nome d’’arte del rapper Demetrius/Nick Cannon, leader della gang degli Spartani, in lotta contro Ciclope/Wesley Snipes, a capo dei Troiani.

Ma il nostro protagonista è una lei, Lisistrata/Teyonah Parris, la fidanzata di Chi-Raq, stanca come ogni madre, figlia o sorella di veder i propri cari stesi a faccia in giù sull’asfalto con un proiettile in corpo e il sangue a lavare la strada.

No peace, no pussy

Ispirata dall’intellettuale vicina di casa Helen/Angela Bassett, Lisistrata chiama a sé tutte le donne degli Spartani e dei Troiani per abbracciare l’’unica soluzione per raggiungere la pace: niente più sesso finché le armi non saranno abbassate.

Di colpo è il caos, gli uomini si ribellano, il parroco di quartiere appoggia la rivolta (John Cusack stranamente in forma), il tutto tra un intervento e l’’altro di Dolmede, un Samuel L. Jackson rivolto allo spettatore per raccontare con la sua istrionica presenza le infinite tragedie e lotte di Chicago, Illinois.

Commedia sexy

Sarà stato forse troppo volgare o troppo esplicito, troppo sexy o troppo politicizzato per essere anche solo considerato dall’Academy – e anche dalla stampa che, invece, il film lo ha osannato. Sembrano essere le uniche motivazioni per escluderlo.

Non ragioni, sia chiaro, perché di razionale non c’è alcunché. Spike Lee fonde insieme stile televisivo e cinematografico, unisce le due destinazioni con maestria ricordando a sé stesso la piattaforma principale attraverso cui Chi-Raq sarà visto.

Ma il cinema no, non lo dimentica: il primo pregio è proprio qui, Chi-Raq al cinema sarebbe un vero spettacolo interattivo di rara bellezza e simpatia.

Quarta parete, addio

Parla dritto allo spettatore, coinvolto a ogni occasione, accompagna lo slang dei protagonisti con didascalie dirette e inequivocabili sin dall’inizio, non ha misteri così come gran parte dei personaggi non sanno trattenere i propri pensieri: ciò che passa per la testa dei cittadini dei quartieri poveri di Chicago è a portata di mano del pubblico.

Lui è al centro di Chi-Raq, soltanto lo spettatore, a lui Lee dedica questo adattamento dell’opera di Aristofane (lo avrete intuito dall’alto numero di nomi greci dei personaggi), il Lisistrata, a cui temi drammatici come le stragi dei bambini, la povertà, la disoccupazione, sono presentati in una confezione accattivante e divertente.

La risata aperta non è dietro l’’angolo, Chi-Raq è appunto una commedia, non un film comico, un genere a cui Spike Lee ci ha abituato, viziandoci con le sue opere negli anni migliori della sua carriera tra i Novanta e i primi Duemila.

A quanto pare non ha perso la mano, gestisce i tempi con bravura e stile, tanto nel montaggio quanto nella regia, incappando poche volte in scene clamorosamente ridicole, su tutte la seduzione del vecchio e perverso custode del museo dei Confederati.

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La normalità è invece di alto livello, con musiche e immagini in armonia, monologhi ad effetto sensazionali e interpretazioni perfette. Considerare la Parris per gli Oscar era troppo? Dobbiamo sempre concentrarci sugli attori e non sulle attrici?

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

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