The Hateful Eight - CineFatti

The Hateful Eight (Quentin Tarantino, 2015)

The Hateful Eight, lo spaghetti western puro di Tarantino – di Victor Musetti.

Dopo essersi sfogato per bene con Django Unchained, ovvero il film western più tamarro che la storia ricordi, Quentin Tarantino non deve più accontentare nessuno ed è finalmente libero di tornare a fare un tipo di cinema da cui si era tenuto lontano da fin troppo tempo. The Hateful Eight infatti nonostante le apparenze è un film che di western ha poco o nulla ed è forse il suo lavoro più sperimentale ed estremo di sempre. Quasi interamente ambientato in una capanna, è un vero film esperienza che sfrutta le sue quasi tre ore di durata per mettere alla prova in ogni modo la pazienza dello spettatore. È uno spettacolo vero e proprio pensato e realizzato appositamente per essere fruito all’interno di una sala cinematografica, cosa che ne rende quindi la visione su un qualsiasi altro supporto quasi totalmente obsoleta.

Ambientato in Nord America negli anni immediatamente successivi alla fine della Guerra di Secessione, il film narra di come 8 personaggi finiscano per trovarsi incastrati nello stesso bungalow a causa di una tempesta di neve. John Ruth (Kurt Russell) deve portare la sua prigioniera Daisy Domergue (Jenny Jason Leigh) a Red Rock per farla impiccare, ma ha il sospetto che altri vogliano rubargliela per riscuoterne la taglia al suo posto. Deve quindi fare un patto di protezione reciproca con l’altro cacciatore di taglie Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che a sua volta sta trasportando un carico di 4 cadaveri, per assicurarsi che gli affari di entrambi vadano a buon fine.

Il film, nettamente diviso in due parti completamente diverse tra loro, inizia come un giallo da camera. Per un’ora e mezzo i personaggi si presentano l’uno con l’altro, parlano di cose completamente inutili al fine del racconto e non succede praticamente niente. Quello messo in scena in questa prima parte di The Hateful Eight è forse il Tarantino più fastidioso e ridondante mai visto fino ad oggi e sarà per molti un motivo più che valido per detestare a morte questo film. L’impianto, volutamente teatrale, riduce al minimo qualsiasi idea di racconto per immagini, limitando il tutto ad un dialogo forzato e caricaturale. Sembra quasi a momenti di trovarsi di fronte ad un adattamento di Agatha Christie girato 50 anni fa, tanto è estremo l’immobilismo registico di questa prima parte.

Poi però succede una cosa inaspettata che in un certo senso giustifica questa lunghissima ed estenuante preparazione. Dopo l’intervallo, che ha una vera funzione narrativa ed è forse una delle idee migliori del film, la storia comincia a degenerare e improvvisamente Tarantino, tra voci off, salti temporali e rimandi a Le Iene, trasforma il suo giallo da camera anni’50 in un horror a metà strada tra il Sam Raimi de La Casa e il Carpenter de La Cosa (quest’ultimo dichiaratamente omaggiato sia dalla presenza di Kurt Russell che da quella di Morricone alla colonna sonora, composta perlappunto proprio a partire da temi scartati per quel film).

Ma sarebbe sbagliato vedere The Hateful Eight come l’ennesimo film puramente derivativo di Tarantino, perché al contrario si tratta forse del suo lavoro più compatto dai tempi di Jackie Brown. Non c’è più quella tendenza (per non dire vizio) costante a voler omaggiare decine di opere differenti creandone un grande e unico collage. The Hateful Eight è un film che ha una sua identità personale fortissima. Ed è proprio nelle sue cadute di stile più vistose (ad esempio la presenza del tutto inutile, seppur gradita, dei White Stripes, oppure la ridicola scena della fellatio) che Tarantino mostra di essere un autore libero a tutti gli effetti, anche se questa libertà significa rischiare costantemente di farla fuori dal vaso con scelte folli e insensate. Ma bastano un paio di scene, tra cui una in cui viene sputato del sangue e il meraviglioso finale, a giustificare qualsiasi altra scelta discutibile.

Tarantino dimostra comunque di non accontentarsi più di replicare sé stesso all’infinito ma soprattutto di avere ancora il coraggio di osare moltissimo, mettendo insieme un film strutturalmente complicatissimo e riuscendo però al tempo stesso a farne il suo lavoro meno presuntuoso di sempre. The Hateful Eight è infatti la cosa più vicina che ci sia a quell’idea antica di cinema inteso come spettacolo unico, che si verifica una volta sola e unicamente all’interno della sala cinematografica, un po’ per il formato Ultra Panavision, un po’ perché il film stesso è strutturato sul ribaltamento delle situazioni, sui colpi di scena e, quindi, sull’effetto sorpresa. È un film che ci fa riscoprire in parte il valore dimenticato dell’intrattenimento vero che la sala dovrebbe darci, un po’ come andare al circo. E allo stesso modo di quanto accade con il circo, è una di quelle esperienze impossibili da vivere su un televisore.

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