Beasts of No Nation (Cary Fukunaga, 2015)

di Luca Buonaguidi.

Beasts of No Nation è un film del 2015 scritto e diretto da Cary Fukunaga, regista della prima stagione di True Detective (la cui mancanza si è fatta sentire eccome in quella successiva) e basato sul romanzo omonimo di Uzodinma Iweala. Un film di guerra, o meglio il racconto di formazione alla guerra di un ragazzino rimasto improvvisamente orfano per effetto della guerra civile in un paese africano non meglio specificato. Il ragazzino è interpretato da Abraham Attah, superlativo nel mimare il trauma, la rottura psicologica prolungata che la guerra procura a un ragazzino che non avrebbe mai pensato di sparare un colpo in vita sua e lo deve fare invero per sopravvivere, nella speranza di ricongiungersi con la madre dopo aver assistito all’uccisione del padre, del fratello e dell’intero villaggio ed essere caduto preda di uno dei tanti signori della guerra locali, il Comandante (lo straordinario Idris Elba) e il suo esercito di bambini e ragazzi entro cui inizierà ad usare le armi, uccidere e voltare lo sguardo altrove.

Il film inizia con un breve ritratto di com’è la vita in una baraccopoli africana al confine con uno scenario di guerra, evocando l’innocenza ostinata dei tanti bambini vittime di lì a poco dei giochi dei grandi. Poi l’assalto al villaggio degli squadroni della morte locali, la strage e la fuga, da neo-orfano nel mezzo a un mondo diventato improvvisamente ostile, cacciatore. E una volta catturato dal Comandante, l’iniziazione militare a cura delle sue milizie accecate dal precoce caos entro le loro vite, il carisma folle del leader e le tante droghe assunte. E poi la guerra, cruenta e dura come quella mostrata tante altre volte nella storia del cinema, e la conseguente caduta delle milizie nelle trame del potere politico e dietro alla follia omicida di un leader opportunista che si rivela poco a poco per quello che è, quando ormai è troppo tardi. Infine, un finale consolatorio ma non conciliatorio che riguarda solo il nostro protagonista, e lascia il dramma aperto seppure ne escluda oltre il protagonista.

Tutto gira al meglio nel film di Fukunaga, il ritmo è insospettabile di pause, la fotografia esalta la malarica disperazione della Africa rurale in guerra intestina e l’approfondimento psicologico del tirocinio alla guerra di un bambino è, al netto dell’ennesima guerra cinematografica, il vero orrore mostrato e privato di facile retorica antibellica. Ciò che manca per convincere davvero è l’intenzione di dire qualcosa che già non sapessimo, andare oltre il dispiego estetizzante del trauma procurato. Agu e i suoi compagni sono oltremodo convincenti, così come lo erano i protagonisti della prima serie di True Detective, ciò che convince meno come allora è la tenuta globale dei postulati di un film oltre al focus sui bambini soldato entro un conflitto prevedibile nel diventarne calamità pedagogica. Siamo davanti a un mix manieristico tra Apocalypse Now e Full Metal Jacket stavolta con l’infanzia tradita come oggetto di follia e un mondo osceno come accademia. È forse la voce fuori campo di Agu la premura di troppo di un film che ha avuto più cura per lo spettatore che per il protagonista: laddove gli eventi potrebbero infittirsi di realismo, destando l’orrore che regna in simili situazioni e costituendone esperienza vivida, la voce fuori campo ribatte una prevedibile parabola e così la guerra civile africana diviene un habitat praticabile per la coscienza sporca dello spettatore, anziché un caos primordiale che sfugge a qualsiasi tentativo di intelligibilità come nei capostipiti del genere. Dunque, un film che illustra una tragedia immane a un Occidente che non vuole guardarla in faccia, ma che non diviene mai quell’esperienza insostenibile che è nella realtà. In altre parole: un film bello ma inutile.

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