Mare dentro

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

di Francesca Fichera.

Il mare è ciò che mi ha dato la vita e ciò che me l’ha tolta.

Della buona morte il cinema è pieno, e un film come Mare dentro di Alejandro Amenábar non è il primo né l’ultimo a raccontarla.

Però rientra, di sicuro, fra quelli che lo hanno fatto meglio.

La storia verissima è quella di Ramón Sampedro – nella pellicola Javier Bardem, probabilmente all’apice della sua carriera – che all’età di 25 anni, in seguito a un tuffo sbagliato, diventò tetraplegico. Per i restanti 29 invocò il diritto al suicidio assistito, perché le sue condizioni non gli consentivano di autogestirsi neanche nella morte; coinvolse amici, parenti, autorità e opinione pubblica; scrisse lettere e poesie. E – per quanto forse troppo tardi – riuscì a morire.

Come in Apri gli occhi – anche se con un senso diverso – Amenábar sceglie di narrare un dramma dove vedere è letteralmente tutto. Un riquadro di luce spalancato sul ricordo del mare, immaginare di librarsi su paesaggi sconfinati fino a raggiungere la spiaggia, una porzione di colore come scoglio in mezzo al nulla: sin dal primo frame (illuminante e luminoso), proseguendo per il crudo e azzurro ritratto di un uomo immobile, la cui unica fonte di sollievo risiede in una finestra, qualche foglio bianco da imbrattare e il suono della radio, l’atto della visione resta l’unica cosa che possa in qualche modo assomigliare all’idea di libertà; la stessa che rende una vita degna di definirsi tale.

Le cose stanno così, e Amenábar non fa sconti di pena nel mostrare la loro assoluta e casuale crudeltà: non romanza, non rallenta, non addolcisce la morte vestendola di falsa quiete. Le Lettere dall’inferno scritte da Ramón Sampedro rivivono sullo schermo con la giusta – o si dovrebbe dire necessaria – quantità di realismo, che le sequenze di “volo” – una delle quali accompagnata dal Nessun dorma – non intaccano ma, al contrario, contribuiscono a rinvigorire. Così, privo di eroismi alla Million Dollar Baby o delle ridondanze stilistiche de Lo scafandro e la farfallaMare dentro atterrisce, scuote e commuove profondamente come un Miracolo a Milano traslato e tragico: unendo il linguaggio del sogno a quello della nuda realtà e sottolineandone la fondamentale interdipendenza.

Accanto alla visione mette la scrittura: lucida e di spessore, come nel momento in cui fa dire”quando uno non può scappare e dipende costantemente dagli altri, impara a piangere ridendo“, che sa mirare al cuore più dei simboli. E che tocca il cielo se ad essi si accompagna, come nello splendido, lirico e sconfinato finale.

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