Miracolo a Milano (Vittorio De Sica, 1951)

di Francesca Fichera.

Pregio delle meraviglie della vita è ( pleonasmi a parte) la capacità di stupire: lo stupore è ciò che nell’arte, come in altre cose buone dell’umano, v’è di più speranzoso. E la speranza, e anche la sorpresa, sono la materia di cui è fatto un film come Miracolo a Milano di Vittorio De Sica. Materia di sogno, alla maniera di Shakespeare, i cui segni s’impastano nella parola fatata di Cesare Zavattini e del suo Totò il buono, da cui De Sica trae spunto per un viaggio alla Calvino fra suggestione e immagine… a cavallo di una scopa.

Miracolo a Milano 2

La storia è quella, per l’appunto, del buon Totò, che nasce sotto un cavolo e viene scovato ed allevato da una donna nella quale, in futuro, riconoscerà sua madre: una vecchina allegra che gioca a riprodurre il mondo sul pavimento e a saltarci su, con quella levità caratteristica delle pagine più illuminate dell’arte e della letteratura. Ed è qui che si fa vero soprattutto lo stupore cinematografico, con l’impalpabile che s’avverte, realizzato in mani invisibili che sbucano dall’inquadratura fino a solleticare l’interiorità degli astanti. Una morte, del resto, può essere anche spiegata tramite una suggestione, terreno fertile per il seme del ricordo e dell’associazione libera e individuale: e De Sica lo sa, e ci riesce con nient’altro che un dialogo e la soggettiva di un buco di serratura. Già lì il suo Miracolo a Milano è avvenuto; potrebbe addirittura bastare.

Invece c’è ancora da seguire la faccia buona di Totò, sulla via verso l’orfanotrofio e poi al di fuori di quest’ultimo, dove l’attende una coloritissima e surreale comunità di barboni, e l’amore tenero di Edvige (Brunella Bovo), e i potenti che hanno le mani e i nasi uguali ma portano i cilindri al posto degli ombrelli, e quel finale che ha ispirato Steven Spielberg e che saprebbe ispirare altre mille conclusioni e, soprattutto, inizi. Forse non eccellenti, perché Miracolo a Milano si avvale della forza della semplicità del linguaggio delle favole, senza indagare complessità drammatiche e anfratti oscuri delle possibilità dei segni – come in Umberto D. e in quel capolavoro che è Sciuscià. Però dimostra ciò a cui molti esempi recenti di cinema – e non solo – remano contro: la spontaneità. Unica, sincera e inconfutabile fonte di meraviglia.

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