Gravity - CineFatti

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

Gravity, un lento survival drammatico per Alfonso Cuarón.

«We went to the Moon and we discovered Earth». L’astrofisico e divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson pronunciò questa frase nella sua serie We Stopped Dreaming, in cui analizzò l’importanza del viaggio sulla e verso la Luna a partire dal nostro pianeta. Il fascino dell’enorme vuoto che ci circonda è incommensurabile, ma la bellezza e la fortuna di poter assistere allo spettacolo del pianeta Terra dev’essere ancor maggiore: un corpo celeste coperto di nubi, blu per il mare e verde nei boschi, marrone sulle montagne e nei deserti, luminoso nell’emisfero che dà le spalle al Sole.

In Gravity il telescopio spaziale Hubble è agganciato all’Explorer per delle integrazioni proposte alla NASA dall’ingegnere biomedico Ryan Stone/Sandra Bullock, accompagnata nell’orbita da un team guidato da Matt Kowalsky/George Clooney, un veterano esperto delle passeggiate spaziali che per poco ha mancato il record di tempo passato al di fuori delle navette, detenuto ancora dall’astronauta Anatoly Solovyev.

Da Houston arrivano però i primi allarmi, dei detriti hanno distrutto alcuni satelliti creando altri miniproiettili che sparati nell’orbita sono estremamente pericolosi. L’Explorer è colpito, gran parte degli astronauti muore all’istante, eccetto la Stone e Kowalsky, rimasti soli a vagare nell’orbita della Terra in cerca di un Soyuz funzionante per tornare giù, a casa.

Se dovessimo stilare una lista degli uomini più fortunati del mondo, tra questi figurerebbero senza ombra di dubbio Alfonso Cuarón e Terrence Malick, entrambi benedetti dalla collaborazione con uno dei migliori direttori della fotografia in circolazione, Emmanuel Lubezki. Ci voleva lui per convincere il pubblico a guardare il 3D sotto un’altra prospettiva, dopo anni di risultati eccezionali già ottenuti con Dredd 3D e il recente Pacific Rim (fotografato da John Toll, il predecessore di Lubezki nella filmografia di Malick, un uomo di buon gusto).

Ma il miglior risultato è da attribuire proprio al messicano Cuarón, regista di questo Gravity, che sembra adattare al vuoto siderale la sua regia da guerriglia adottata nel perfetto Children of Men per un film che non è una space opera né un film di fantascienza, ma un dramma ambientato nell’orbita terrestre, dove la più grande paura è rimaner soli a fluttuare nel profondo (grazie 3D) vuoto.

Passata la prima mezz’ora e il primo spettacolare disastro che vede l’Hubble frantumarsi insieme all’Explorer, Clooney e Bullock sono coinvolti nella tipica situazione da survival horror, in cui il classico spaccone esperto cerca di tranquillizzare l’altrettanto classico novellino traumatizzato dai soliti drammi della vita.

L’originalità, purtroppo, non è di casa tra i fogli della sceneggiatura scritta Jonás Cuarón, figlio del regista, costellata da licenze poetiche che alterano la realtà scientifica dei viaggi nello spazio allo scopo di creare un intrattenimento fasullo, ripetitivo e asfissiante vista la sua ritmata cadenza eccessivamente puntuale. Distrutto l’Hubble non cambierà nulla, i detriti orbiteranno intorno alla Terra e il viaggio verso l’ISS (International Space Station) e il Tiangong-1 (stazione spaziale cinese al momento non in orbita) si rivela essere una sequela di riproposizioni della prima catastrofe.

Una dura prova per la Bullock, appesa a dei fili per tutto il tempo, vessata dalle condizioni terribili di recitazione, presto rimasta sola dopo l’abbandono dell’attore non protagonista Clooney, costretta a delle scene a metà tra la Barbarella di Roger Vadim e 2001: Odissea nello spazio, entrambi citati (in)volontariamente – a seconda dei due casi – in un momento liberatorio da considerare migliore insieme al lungo piano sequenza d’apertura, in parte già consumato con la visione dei trailer.

Le novità però tardano a venire, e dopo tante opere ambientate nello spazio con più fantasia, sia per motivi di genere che per abilità di scrittura, Gravity non riesce a collocarsi sopra la sufficienza, sopravvivendo grazie a delle scene d’azione spettacolari e alla visione di un pianeta troppo dimenticato perché sotto i nostri piedi e mai davanti ai nostri occhi, come la luce del sole sopra il Gange visto da Kowalsky. Un’esperienza eccezionale in 3D, ma in fin dei conti, per concludere sempre con le parole di deGrasse Tyson, perché rimanere così impressionati con un film a gravità zero 45 anni dopo esser stati sconvolti da 2001: Odissea nello spazio?

Fausto Vernazzani

Un pensiero su “Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

  1. ma poi la bullock grande attrice…eh ho i miei dubbi,ah se ce li ho!
    Lo metto in lista comunque,perchè sicuramente è una pellicola da vedere e se per caso dovessi rimanere colpito farò ammenda e censirò sta pellicola. Il problema sono i drammi intimisti quando rimangono in superficie..mah speriamo bene

    Mi piace

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