Pacific Rim - CineFatti

Pacific Rim (Guillermo Del Toro, 2013)

Pacific Rim è il glorioso omaggio ai mostri giganti che tutti aspettavamo.

Dedicato a Ray Harryhausen e Ishirô Honda. Ci sono registi i cui omaggi sono sin da subito apprezzati e amati, come il caso costante di Quentin Tarantino, mentre capita invece il contrario col messicano Guillermo Del Toro, appassionato di Cinema e qualunque altra cosa possa aprire l’immaginazione a nuovi mondi. Non era destinata a lui la regia di Pacific Rim, sceneggiato da Travis Beacham, ma le circostanze e troppi progetti bloccati, lo hanno convinto a prender possesso di una pellicola che da lui sarebbe stata solo prodotta, per ricordare quei maestri la cui carriera è stata interamente costruita sui mostri: Honda e Harryhausen.

L’occhio più attento coglierà quella dedica al termine di Pacific Rim, non un limite agli innumerevoli rimandi al mondo giapponese degli anime (Neon Genesis Evangelion, Goldrake, Mazinga) e alla cultura dell’orrore cosmico del solitario di Providence, H.P. Lovecraft, il cui terrore per ciò che si nasconde in altre dimensioni ha dato origine a Cthulhu. Ma se un Dio salvatore deve esistere, questo Dio deve essere Americano (come un certo Dr. Manhattan in Watchmen) e Guillermo i suoi finanziatori sa come soddisfarli riuscendo a giocare e a divertirsi: Pacific Rim dall’inglese significa “L’orlo del Pacifico” quello spazio tra le due placche tettoniche in cui si è aperta una breccia tra due dimensioni.

Il primo attacco è a San Francisco, l’omaggio macabro al cinema spinge l’uomo a chiamar Kaij? quell’immensa creatura le cui orme han fatto strage. Dopo la prima altre ancora hanno cominciato a oltrepassare la breccia e attaccare tutte le coste del Pacifico: Giappone, Filippine, Stati Uniti, Australia, Cina. Ogni nazione inizia così il programma Jaeger (dal tedesco, Cacciatore), mecha giganteschi guidati da due piloti, le cui menti si fondono unendo emisfero destro e sinistro di persone dalla compatibilità massima. Fratelli, gemelli, padri e figli combattono e diventano eroi, finché gli attacchi dei Kaij? diventano sempre più frequenti e gli Jaeger iniziano a cadere, l’umanità a fallire. Sotto il sole e sotto le nuvole son cose già viste – in parte –, ma Del Toro si fa regista sbrigativo, e dopo un’introduzione ad personam, tramite l’uso di un solo personaggio, descrive la fine e la disperata resistenza senza scadere in tragici sensazionalismi.

Il Marshall Stacker Pentecost (ottimo Idris Elba) raduna gli Jaeger sopravvissuti sotto l’unica centrale operativa, a Hong Kong, e Del Toro cambia le luci azzurre tramutandole in rosse, ma di Blade Runner mantiene il contenuto grafico prendendo il cyberpunk per portarlo nello steampunk da lui amato, curato sotto ogni aspetto, illuminato con uno stile sempre riconoscibile dal fido collaboratore Guillermo Navarro. Si riuniscono dunque tutti gli uomini contro un unico nemico (lontana l’inutilità di personaggi come il Patrick Dempsey di Transformers: Dark of the Moon) e una storia sentimentale si fa strada, senza prender possesso del film, tra i due co-protagonisti Charlie Hunnam e Rinko Kikuchi, il relitto e la novellina, uniti per guidare l’obsoleto Gipsy Danger.

Nella vera tradizione di Harryhausen e Honda, i personaggi scritti da Del Toro e Beacham hanno uno sviluppo “piatto”, sono definiti da un carattere, da un tipo incollato loro addosso per l’intera durata di Pacific Rim così da dare spazio a quelle creature con un’anima tutta loro, sia gli Jaeger che i Kaij?. Ed è impossibile non voler vedere all’opera questi mostri giganteschi. Del Toro confeziona quindi un giocattolo perfetto, un blockbuster senza pecche e senza star ingombranti, ma con gli eroi classici, nel vero senso della parola, dal sapore di un Epica lontana. Budget da 200 milioni non riducono o impediscono a Del Toro di dare il suo taglio, di far spaccare l’inquadratura ad un ombrello che introduce la Kikuchi, al ritmo da danza (Blade II, Hellboy II) del Drift che collega gli emisferi dei fratelli Becket, o ancora all’unione lovecraftiana tra scienza e la divinità del corpo con l’introduzione dei due scienziati Bruno Gorman e Charlie Day.

Un piccolo ruolo per Ron Perlman non poteva mancare, protagonista di un ripetuto stacchetto comico tra lui e il simpatico scienziato nerd di Day, un attore che nonostante la sua fisicità rappresenta in qualche modo lo spirito bonario di Guilermo Del Toro, un modo di essere che per capire e apprezzare Pacific Rim, deve essere assorbito e fatto proprio.

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

7 pensieri su “Pacific Rim (Guillermo Del Toro, 2013)

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