Pacific Rim - CineFatti

Pacific Rim: stretta neurale coi giganti del cinema

Un glorioso omaggio ai mostri giganti da Guillermo del Toro

Dedicato a Ray Harryhausen e Ishirô Honda. Ci sono registi i cui omaggi sono sin da subito apprezzati e amati, come il caso costante di Quentin Tarantino, mentre capita invece il contrario col messicano Guillermo del Toro, appassionato di Cinema e qualunque altra cosa possa aprire l’immaginazione a nuovi mondi.

Non era destinata a lui la regia di Pacific Rim, sceneggiato da Travis Beacham, ma le circostanze e troppi progetti bloccati lo hanno convinto a prender possesso di una pellicola che da lui sarebbe stata solo prodotta, per ricordare quei maestri la cui carriera è stata interamente costruita sui mostri: Honda e Harryhausen.

L’occhio più paziente coglierà quella dedica al termine di Pacific Rim, non un limite agli innumerevoli rimandi al mondo giapponese degli anime (Neon Genesis Evangelion, Goldrake, Mazinga) e alla cultura dell’’orrore cosmico del solitario di Providence, H.P. Lovecraft, padre del terrificante mito multidimensionale di Cthulhu.

Ma se un Dio salvatore deve esistere, questo Dio deve essere Americano (consentitemi di citare Watchmen) e Guillermo i suoi finanziatori sa come soddisfarli riuscendo a giocare e a divertirsi: Pacific Rim dall’inglese significa “L’’orlo del Pacifico” quello spazio tra le due placche tettoniche in cui si è aperta una breccia tra due dimensioni.

Il risveglio dei titani

Il primo attacco è a San Francisco, l’’omaggio macabro al cinema spinge l’’uomo a battezzare Kaiju l’immensa creatura le cui orme han fatto strage. Dopo la prima altre ancora hanno cominciato a oltrepassare la breccia e attaccare le coste del Pacifico: Giappone, Filippine, Stati Uniti d’America, Russia, Australia, Cina.

Le nazioni si uniscono per davvero e nasce il programma Jaeger (dal tedesco “cacciatore”) la costruzione di mecha titanici guidati da due piloti compatibili a una stretta di mano neurale per controllare il robot come fosse il proprio corpo.

Fratelli, gemelli, padri e figli combattono e diventano eroi, finché gli attacchi dei Kaiju non si fanno più frequenti e gli Jaeger iniziano a cadere e con loro l’’umanità. Sotto il sole e sotto le nuvole son cose già viste–, ma Del Toro si fa registasbrigativo, e dopo un’’introduzione ad personam, tramite l’’uso di un solo personaggio, descrive la fine e la disperata resistenza senza scadere in tragici sensazionalismi.

Lo sfondo punk della breccia

Il Marshall Stacker Pentecost (Idris Elba da paura) raduna gli Jaeger sopravvissuti sotto la cupola di Hong Kong, l’’unica centrale operativa rimasta, e Del Toro cambia le luci azzurre tramutandole in rosse, ma di Blade Runner mantiene il contenuto grafico prendendo il cyberpunk per portarlo nello steampunk da lui amato, curato sotto ogni aspetto, illuminato dallo stile del fido collaboratore Guillermo Navarro.

Riuniti tutti gli uomini contro un unico nemico (lontana l’’inutilità di personaggi come il Patrick Dempsey di Transformers: Dark of the Moon) e una storia sentimentale si fa strada, senza prender possesso del film, tra i due co-protagonisti Charlie Hunnam e Rinko Kikuchi, il relitto e la novellina, uniti per guidare l’’obsoleto Gipsy Danger.

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L’anima è nella creatura

Nella vera tradizione di Harryhausen e Honda, i personaggi scritti dal messicano e Beacham hanno uno sviluppo “piatto”. A definirli è un breve tratto caratteriale, corrispondono a dei tipi specifici semplici da seguire e perfetti per dare a Pacific Rim la chance di sviluppare la vera anima a tutto tondo dell’opera, Jaeger e Kaiju.

È impossibile non voler vedere all’’opera i mostri giganteschi di Guillermo, abile confezionatore di un giocattolo perfetto, un blockbuster senza pecche e privo di star ingombranti. È intriso di eroi classici e mortali, dal sapore di un’epica lontana.

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Un toro inarrestabile

Budget da 200 milioni non riducono né impediscono a Del Toro di dare il suo taglio, di far spaccare l’’inquadratura a un ombrello che introduce la Kikuchi, al ritmo da danza (Blade II, Hellboy II) del Drift che collega gli emisferi dei fratelli Becket o ancora all’’unione lovecraftiana tra scienza e divinità del corpo con l’’introduzione dei due scienziati Bruno Gorman e Charlie Day, comic relief imperfetto ma necessario.

Un piccolo ruolo per Ron Perlman non poteva mancare, protagonista di un ripetuto stacchetto comico tra lui e il simpatico nerd di Day, un attore che nonostante la sua fisicità rappresenta in qualche modo lo spirito bonario di Guilermo Del Toro, un modo di essere che per apprezzare Pacific Rim deve essere assorbito e fatto proprio.

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Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

7 pensieri su “Pacific Rim: stretta neurale coi giganti del cinema

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