Black Sea (Kevin Macdonald, 2015)

Così Kevin Macdonald si inabissò nel Black Sea.

La Caccia a Ottobre Rosso dello stimato McTiernan, il drammatico K-19 della Bigelow, il capolavoro U-Boot 96 del tedesco Petersen e anche il mediocre U-571 sono tutti film con un’ambientazione che pone in posizione di vantaggio gli autori: il sottomarino.

Ansia, claustrofobia, ignoto, lo spettatore può subito correre con l’immaginazione e ricercare gli scenari peggiori affrontati dai protagonisti. A questa piccola ma gloriosa schiera si aggiunge Kevin Macdonald con Black Sea, offrendo poco o niente.

Non ci sono dubbi sulle qualità di Macdonald, conosciuto dai più per il biopic L’ultimo Re di Scozia, un regista senza infamia e senza lode con la capacità di narrare il giusto, ma soprattutto di evidenziare i climax con immagini forte espresse con toni pacati.

Questo suo talento ha reso possibile lo shock col cambio di rotta nel film che fruttò l’Oscar a Whitaker, osservando la realtà con gli occhi di MacAvoy dopo aver vissuto con naturalezza dal lato dell’orrore, così come di percepire il disagio e il disgusto nel distopico young adult How I Live Now nelle passeggiate tra montagne di cadaveri. In Black Sea questo suo vantaggio, purtroppo, combatte contro di lui.

Caccia al tesoro

Jude Law è un impeccabile capitano di sottomarini, ma il tempo lo ha reso obsoleto agli occhi della marina militare, vecchio e senza una prospettiva di carriera. Così decide di inseguire un sogno: un sottomarino tedesco affondato nel Mar Nero contenente il tesoro di Hitler, tonnellate di oro.

Recluta vecchi compagni e nuovi esperti, per metà russi con cui la comunicazione è sempre più complessa, ma i patti onesti, finché la testa calda Ben Mendelsohn non mette tutto a repentaglio. Non c’è posto peggiore per litigare con qualcuno di un cilindro sigillato a decine di metri sott’acqua.

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Il piatto piange

Un thriller e, dunque, al contrario dei colleghi succitati, non un film storico. Black Sea ha una premessa interessante, ma la regia di Macdonald non trova nella sceneggiatura di Dennis Kelly un punto saldo a cui ancorarsi, un momento di svolta per rivoltare lo spettatore come un calzino.

Senza il suo piatto preferito a Macdonald non resta che contare sull’ambiente, il cui potere è presto esaurito nell’istante in cui il plot inizia a correre su binari arrugginiti con personaggi bidimensionali a cui non è consentito alcun diritto di brillare, nonostante alle redini ci siano i magnifici Law e Mendelsohn. A distanza dall’inizio ci si dimentica perfino di essere all’interno di un sottomarino.

Un buco nell’acqua

Triste che il creatore di una delle serie più innovative (Utopia) non sia riuscito a scrivere di meglio, un peccato che sia un altro buco nell’acqua per Jude Law, negli ultimi anni protagonista anche di buone pellicole (Dom Hemingway, Side Effects), ma mai con la risonanza di cui godeva una decina d’anni fa.

Una fortuna, invece, che Mendelsohn abbia la serie Bloodline per riscattarsi. Macdonald sappiamo saprà rimettersi in piedi, se non altro è e resta un documentarista d’eccezione, c’è solo da sperare che in futuro trovi un progetto a lui più congeniale. Black Sea non potrà certo danneggiarlo, ma contribuire a rallentarlo dopo una trepidante attesa, sì.

Fausto Vernazzani

Voto: 2/5

 

 

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