Furious 7 (James Wan, 2015)

Dom Toretto e i suoi oltrepassano i limiti dell’assurdo con Furious 7.

Salivano in auto, computer di bordo a destra e sinistra, NOS pronti all’accensione e corse in CGI alternate a scorci reali erano le gare di Paul Walker e Vin Diesel in The Fast and the Furious. Era tanto tempo fa, un percorso che abbiamo ricordato con le nostre dieci scene preferite del franchise prodotto dalla Universal Pictures ispirandosi fortemente a un cult come Point Break di Kathryn Bigelow.

Oggi il rombo dei motori è mutato radicalmente, sono passati in secondo piano per favorire l’evoluzione apportata con gradualità da Justin Lin: azione a tutto spiano in Furious 7.

Fast Five e Fast & Furious 6 sono dei gioielli dell’action, non curanti della realtà e di cosa è impossibile hanno ribadito la scelta di intrattenere evitando il filone del realismo tanto promosso da Berg, Greengrass e Liman, perseguendo uno stile anni Ottanta portato ai budget colossali del presente. Il figliol prodigo dell’horror James Wan passa dalla Blumhouse, dove ha diretto Insidious e L’evocazione tra i vari, e incontra il team di Lin là dove lo avevamo lasciato in Fast & Furious 6: la famiglia ora vive in pace, ma il pericolo è nella vendetta degli Shaw.

Jason Statham è Deckard Shaw, fratello ancor più cattivo di Owen, il villain del precedente film, un ex soldato di forze speciali britanniche deciso a far fuori uno ad uno tutti gli amici di Dominic Toretto/Diesel. Così Wan riallaccia Tokyo Drift alla linea temporale attuale, partendo dalla morte di Han (Kang) a Tokyo per arrivare allo scontro diretto con gli altri membri del gruppo rimasti negli Stati Uniti. La guerra tra il team di Toretto e Shaw si amplierà, coinvolgendo come alleati i servizi segreti USA (Kurt Russell in un ruolo atipico) e inimicandosi terroristi micidiali.

Wan non aumenta e non riduce le assurdità dei predecessori, ne modifica invece lo stile, rendendolo ancor più vicino all’azione del cinema asiatico – di cui lui non è parte – in alcuni punti portandosi a rassomigliare al raffinato stile del cinema di Gareth Evans, in particolare nei combattimenti corpo a corpo. Indimenticabili la lotta tra Dwayne Johnson (meno presente, purtroppo) e Statham nei primi quindici minuti e il doppio incontro tra Paul Walker e Tony Jaa, ma non da meno è anche il faccia a faccia armati di spranghe di ferro tra Diesel e Statham.

Chi è amante dell’azione, nostalgici di Arma letale per esempio, non sarà deluso, tanto meno chi con passione ha approvato il cambiamento di forma apportato dalla saga più redditizia mai prodotta dalla Universal. In 140 minuti non c’è molto tempo per annoiarsi, anche i dialoghi sono notevolmente ridotti. Ma la parte migliore di Furious 7 è il finale, di cui si parlerà a lungo nel 2015 e oltre, qualcosa che sino ad oggi non si era mai visto: oltre 10 minuti sono dedicati allo scomparso Paul Walker, morto a 40 anni in un incidente d’auto in un momento di pausa dalle riprese del film.

Metacinema dove non te l’aspetteresti: Vin Diesel, Tyrese Gibson, Ludacris, Michelle Rodriguez sulla spiaggia guardano da lontano il loro amico Brian e la sua compagna filmica Jordana Brewster e insieme si godono il meraviglioso spettacolo prima di un ultimo quarto di miglio insieme all’amico Paul, che Brian non è più.

Un saluto commovente, delicato e anche romantico come non se ne vedono mai, per un uomo che non era solo un collega di Diesel, ma un amico suo e di tutto il team. Senza di lui le cose non saranno più le stesse ed è vero: Fast & Furious 8 sarà un nuovo passo in avanti verso la terza fase del franchise, talmente potente da poter essere il primo miliardo mai incassato dalla Universal Pictures, uno studio a cui bisogna stringere la mano per aver approvato questi 10 magnifici minuti, toccasana per fan e non.

Fausto Vernazzani

 

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