Boyhood (Richard Linklater, 2014)

Boyhood, in cima al metacinema vitale di Linklater.

Abbiamo aspettato Avatar di James Cameron, magari anche Iron Sky di Timo Vuorensola, progetti con cantieri lunghi anni, poi usciti nelle sale per cancellare l’attesa una volta per tutte. È come premere il tasto reset in questi casi.

Con Boyhood l’attesa non svanisce nel nulla quando i titoli di coda iniziano a scorrere: l’attesa è parte della storia.

Giocare col tempo

Il texano Richard Linklater gioca col tempo dal 1995, quando diresse Before Sunrise, primo film di una trilogia conclusasi (ne siamo proprio sicuri?) con Before Midnight nel 2013, ma mai era riuscito a trasformarlo in un vero e proprio personaggio prima di Boyhood. La trama non è altro che quanto indicato dal titolo stesso.

Iniziò tutto nel 2002, Slacker era ormai un cult, School of Rock doveva ancora uscire, quando Boyhood cominciò col suo primo ciak in Texas, Austin, ed Ellar Coltrane interpretò per la prima volta il piccolo Mason mentre i Coldplay ci introducevano alla sua vita con Yellow: un modo per sottolineare l’importanza che conferiamo a noi stessi, un modo per segnare il tempo.

Siamo a vita iniziata, la sorella maggiore Samantha litiga con lui come tanti fratelli, la madre Olivia, divorziata e con un lavoro poco dignitoso, cerca di mandare avanti la baracca come può, mentre ancora manca del tempo all’arrivo di Mason Sr. e ai suoi divertenti fine settimana.

Un flusso naturale

Andare a descrivere oltre il plot non include la possibilità di incappare in spoiler, è la vita stessa ad andare avanti, con Linklater che introduce sensazioni e passioni di Coltrane e di sua figlia, Lorelei Linklater, l’interprete di Sam, per rendere tutto più realistico e aderente alla realtà di una crescita.

Infanzia e adolescenza si succedono in un flusso naturale, con grandi e piccoli eventi, incontri e banali scontri che plasmano il nostro carattere impercettibilmente per noi che li viviamo, non per chi li osserva. Impossibile non immedesimarsi nella quieta avventura disegnata da Linklater in 12 anni di riprese, anno dopo anno per permetterci di osservare il tempo che passa: Coltrane e la giovane Lorelei crescono davanti ai nostri occhi, Patricia Arquette e Ethan Hawke invecchiano progressivamente.

Momenti di vita a confronto

La regia è comparativa, confronta le vari fasi temporali consegnando un’idea delle persone e del loro ruolo all’interno di una o più vite – un padre che non ricorda una promessa, una madre che non ricorda di aver dato un consiglio; non si presenta mai invadendo con scene esplosive che possano rompere lo spettacolo.

Iniziamo a divorzio già avvenuto, alcune rotture le osserviamo, altre invece non abbiamo neanche bisogno di vederle per capire come il tempo sia intervenuto con la sua azione ciclica.

Cinema allo specchio

Ma Boyhood non è vita, nel suo avvicinarcisi più di quanto sia mai riuscito a qualunque altro regista nella storia del cinema – non è un’esagerazione, basta vedere – e nell’ultima mezz’ora senza volerlo inizia a riflettere su se stesso, proprio nell’età dei grandi cambiamenti, quando il college e le responsabilità sono dietro l’angolo.

Mason Jr. inizia a chiedersi quale sia il senso di tutto questo, Olivia riflette con paura su quanto accadrà domani: Boyhood prende una piega meta-cinematografica, Ellar Coltrane che ha vissuto per 12 anni con la macchina da presa di Linklater non può che farsi delle domande: le risposte, sono le più ovvie che possiamo riuscire a immaginare.

La vita è quella che è e Boyhood è il riflesso dello specchio: un personaggio con grande carattere, appassionato, tangibile come pochi altri (solo chi ha interpretato se stesso in un’opera di finzione può dirsi parte di questo ristretto club).

Boyhood è guardare indietro nel tempo, una magnifica fotografia di una famiglia tutto sommato normale e la sua storia, da non confondere con la nostra, ma solo da mettere a confronto.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

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