Extant: il compattato universo di Spielberg

di Francesca Paciulli.

Molly Wood (Halle Berry) si osserva nello specchio. Le occhiaie profonde, lo sguardo spento. Ogni respiro le costa fatica. Il volto che le restituisce lo specchio sembra appartenere ad un’estranea. Da pochi giorni è tornata sulla Terra dopo una missione spaziale in solitaria durata tredici mesi. E riadattarsi alla gravità non è semplice, nonostante l’aiuto e la comprensione dei suoi affetti.  Suo marito John è nell’ordine: pieno di fascino (Goran Visnjic, più a suo agio nei corridoi di E.R. Medici in prima linea), paziente e illuminato (è a capo di un progetto che realizza androidi di ultima generazione, gli Humanic, per la Yasumoto Corporation). Suo figlio Ethan (Pierce Gagnon), è un robot dalle fattezze umane. È stato programmato da John, portato in famiglia e cresciuto come un figlio. Tutto sembra assumere i contorni confortanti di un sereno quadretto familiare. Almeno fino al ritorno sulla Terra. Ben presto l’iniziale sensazione di malessere di Molly si trasforma in incredulità quando scopre di essere incinta.

Parte da questo avvincente spunto Extant, la serie CBS prodotta da Steven Spielberg e ideata da Mickey Fisher. Molly Wood è interpretata dal premio Oscar Halle Berry, di ritorno sulla scena – dopo i flop cinematografici delle ultime stagioni – in un ruolo di primo piano. Cosa può essere successo sulla Seraphime durante la missione spaziale dell’ISEA International Space Exploration Agency? Come può una donna con conclamati problemi di fertilità e rimasta sola nello spazio, essere in attesa di un figlio?

Il mistero viene svelato a poco a poco attraverso una serie di riusciti flash-back che vedono la donna a bordo della Seraphime. Una improvvisa tempesta di macchie solari mette fuori uso l’intero sistema operativo e Molly resta completamente isolata. Almeno fino a quando, nel modulo spaziale, si materializza il suo ex-fidanzato, morto otto anni prima in un incidente.  L’incontro è reale o frutto di un’allucinazione? Non può fare a meno di chiederselo Molly quando, di ritorno sulla Terra, scopre di aspettare un figlio. Può aiutare sapere che altri colleghi prima di lei hanno avuto esperienze simili? E se dietro gli strani fenomeni ci fossero i vertici dell’ISEA e il facoltoso capo di suo marito, Hideki Yasumoto?

Non siamo dalle parti di Lost (innumerevoli stagioni, altrettanta carne al fuoco e poche risposte), Extant dissemina già dai primi episodi indizi e spiegazioni e la tensione del racconto non ne risente. Scopriamo già nel pilot che il direttore della missione spaziale, Alvin Sparks, è al lavoro ad un progetto segreto che trasforma gli astronauti in cavie inconsapevoli (tra loro anche sua figlia Katie).
Fresca di riconferma negli Stati Uniti (la prima stagione è stata seguita da una media di 5,4 milioni spettatori a episodio), la serie non sta però ottenendo in Italia i risultati sperati. Insomma, la fantascienza sembra risultare indigesta al pubblico della tv generalista, anche se porta la firma di un maestro come Steven Spielberg, qui nelle vesti di produttore esecutivo.

Extant

Proprio l’impronta del papà di E.T. è rintracciabile a più riprese nello script. Non è infatti la prima volta che Spielberg si occupa di extraterrestri per il piccolo schermo: erano i primi anni 2000 quando il regista di Indiana Jones produceva e ideava la serie Taken con una prodigiosa Dakota Fanning nei panni di una bambina frutto di un’unione aliena. Senza dimenticare i cinematografici E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, e persino il finale pirotecnico del quarto Indiana Jones. Ma è soprattutto A.I. Artificial Intelligence a tornare in mente quando ci tuffiamo in un episodio di Extant. Il piccolo Ethan è un Humanic, un robot programmato per assecondare i comportamenti umani ma incapace di provare emozioni autentiche. Impossibile non pensare al piccolo androide David (l’inarrivabile Haley Joel Osment), bambino in cerca di una mamma capace di colmare la sua sete di affetto. Proprio Ethan ha un ruolo centrale nella serie e con il progredire del racconto, attraverso il mutare della sua personalità, gli autori provano ad alzare l’asticella, dando voce ad una serie di alti quesiti morali. Possono le macchine provare sentimenti? È giusto creare robot che possono sostituirsi all’uomo? Cosa succederebbe se si ribellassero?

Ethan non è un bambino: non prova sentimenti che non gli siano stati insegnati, non prova empatia, non sogna. O almeno così dovrebbe essere perché man mano che la serie procede il piccolo androide inizia a prendere coscienza di sé, a sviluppare un’intelligenza tutt’altro che artificiale. E inevitabilmente il rapporto con i suoi genitori cambia. Soprattutto con Molly, sempre più combattuta nel suo duplice ruolo di astronauta e mamma. Chi è quel bambino-robot che la guarda con uno sguardo nuovo, quasi minaccioso? Cosa gli è successo nei tredici mesi in cui sono stati lontani?

Ȓ proprio nel dualismo tra Ethan e Molly (il figlio e la madre, la minaccia più o meno velata e l’eroina senza macchia), la parte più riuscita di una serie che gioca troppo frettolosamente la carta della confezione tecnologica (non c’è niente nella serie diretta da Allen Coulter, che non si sia già visto più di dieci anni fa in Minority Report) e che invece potrebbe puntare maggiormente sulla caratterizzazione dei personaggi. A cominciare dal macchiettistico villain Hideki Yasumoto (lo guardi all’opera nel pilot e già intuisci dove andrà a parare), per arrivare alla volitiva assistente di John, Julie Gelineau (Grace Gummer), personaggio chiave nella vita di Ethan (Julie si considera quasi la madre del piccolo, non la donna di scienza che lo ha programmato, è anzi la sola a gioire di ogni sua conquista in termini di “umanità”), in pratica relegata agli angoli di una storia che riesce a destare ben poche emozioni.

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