Stephen King's Under The Dome

Stephen King: il Re del Brivido non è il re della TV

Stephen King is under the dome.

Stephen King: fino a qualche anno fa, dire di apprezzarlo era come sfoderare il nome più astruso della band norvegese più indie di tutti i tempi. O anche la sottomarca, gustosissima ma pessima, di patatine surgelate.

Con l’aggravante che in molti, oltre a non conoscerlo effettivamente (al pari che nel caso della band, diversamente da quello delle patatine) e nonostante questo, reagivano arricciando il naso o con una smorfietta snob. Sine nobilitate.

Anni di nicchia per la folta – ora ancora più numerosa – comunità di fan raccolta in forum dalle homepage oscure e piene di teschi. Mentre adesso gruppi social, blog e contenuti sull’argomento King escono dalle fottute pareti – e addirittura gareggiano per raggiungere un non ancora ben definibile primato.

È chiaro che un lungo periodo di frustrazione può, e forse deve, produrre una controreazione simile e l’abbondanza di topic dedicati al Re del brivido non rientra di certo fra le conseguenze negative del suo incredibile successo.

Finché non lo si banalizza – cosa che in parte già succede, ma per fortuna è un fenomeno arginabile. No: la vera conseguenza negativa può essere, in questo come in altri ambiti, la spirale del silenzio. Per cosa? Per quelle cose – libri, film, serie tv – che hanno a che fare con King e che vengono approvate o distrutte in massa dal suo fandom, molte volte sulla base di una dichiarazione di King medesimo.

E chi non è d’accordo che fine fa? La domanda è retorica e la risposta volgare.

Parlare male di Under the Dome

Un esempio concreto è Under the Dome, serie attualmente dominata dal regista e produttore Jack Bender – che avrà anche un glorioso passato televisivo, segnato da serie d’alto rango come Lost e X-Files, ma, come si dice, la gente cambia.

E con un team di sceneggiatori (e ci dispiace per King e il suo coinvolgimento quasi irrilevante nella scrittura del pilota della seconda stagione) con un team di sceneggiatori che qualche utente, di quelli che ti fanno sentire meno soli (o sola), ha definito un branco di scimmie. Offendendo queste ultime.

Eppure la serie CBS, la cui seconda season ha da poco debuttato anche in Italia, ha avuto degli ascolti pazzeschi. Nonostante le persone che muoiono nell’indifferenza più totale o con un metabolismo del lutto che varia dai 15 ai 40 minuti. Nonostante lo straniero muscoloso che arriva in città e fornica diverse volte con la donna a cui [SPOILER]

ha ammazzato il marito, fatto di cui peraltro lei è perfettamente consapevole.

[fine SPOILER]

Nonostante le fazioni createsi in paese di gente che prima si odia e poi si ama, verificando sul campo la famosa canzone di Mia Martini.

Nonostante i personaggi mai visti prima che spuntano all’improvviso dai cespugli e si comportano con te come fossero i tuoi nonni. E nonostante King approvi la serie su tutta la linea e si stia persino divertendo un mondo a realizzarla.

E quindi?

Stephen King sul set di Under The Dome

Al di là del celebre caso di Shining, di cui esiste la versione originale e cioè kinghiana accanto a quella kubrickiana, e sul quale King seppe essere vittoriosamente obiettivo, non è che il nostro caro creatore di orrori sia in grado di criticare i prodotti mediatici tratti dai suoi libri allo stesso modo in cui riesce a scrivere questi ultimi.

In parole povere e meno contorte: il suo metro di giudizio è cosa ben diversa nonché lontana dal suo talento narrativo. E non è che disprezzando il primo si rinneghi automaticamente anche il secondo. Non sta scritto da nessuna parte che tutti debbano saper fare tutto: un bravo scrittore – o anche bravissimo, come di fatto è Stephen – può ma non deve essere un critico altrettanto valido. O uno studioso di comunicazione. O uno sceneggiatore televisivo.

D’altra parte, con La tempesta del secolo abbiamo visto come scrivere direttamente per la tv sia stato congeniale a King al punto da regalarci una delle migliori mini-serie televisive di tutti i tempi.

Ma adattare è proprio un altro paio di maniche e pure chi conosce a fondo un’opera come colui che l’ha scritta può contribuire a snaturare le sue stesse parole senza accorgersene.

E noi, da bravi spettatori costretti a essere più esperti di prima, sarebbe il caso che fossimo meno passivi: non avremo sicuramente studiato tutti critica, né tanto meno guardato l’80% della produzione mondiale di serie tv da quando il televisore è diventato oggetto d’uso comune.

Però abbiamo seri termini di paragone con i quali mettere alla prova il nostro gusto personale, farne sedimentare gli strati. E senza diktat che regga: il Re è sempre il re, ma niente ci obbliga a essergli devoti in tutto e per tutto – come d’altro canto è stato per molti il recente esempio letterario di Doctor Sleep, poco apprezzato dagli italiani poiché poco horror (ma su quest’ultimo punto in realtà ci sarebbe tanto altro da dire, e lo si rimanda a data da destinarsi).

Stephen King e Dean Norris

Adattarsi agli adattamenti

Perché è vero che lo Shining di Stanley Kubrick non c’entra quasi nulla con il romanzo kinghiano, ma preferirgli il film tv diretto da Mick Garris è un tantino esagerato; in quanto il film tv di Garris, all’interno delle convenzioni cinematografiche, rimane un prodotto oggettivamente di terz’ordine, mentre quello di Kubrick, per quanto poco affine alla storia di partenza, è un diavolo di capolavoro.

Lo stesso dicasi di The Stand (sempre di Garris), di IT (di cui si teme il remake.. ma l’originale l’avete visto o intravisto?!), di Cujo (di quest’ultimo in particolare si leggono recensioni buone e ci si chiede come sia possibile in un mondo civile).

Il fatto che siano trasposizioni audiovisive dei racconti di Stephen King non vuol dire che ne riprendano anche il valore intrinseco; anzi, spesso lo disperdono, per quanto contribuiscano a diffonderne i segni fondamentali. Tanto più se è l’autore stesso dei suddetti racconti a consigliare i loro adattamenti: nel mondo dell’arte serpeggiano diverse e indefinibili forme di narcisismo ed è lecito pensare che anche uno dei più grandi autori letterari viventi ne possa essere afflitto.

Quindi, a questo punto e a maggior ragione che il già citato Jack Bender ha messo le mani sul progetto di adattamento per la tv di Mr. Mercedes, cerchiamo noi per primi di essere obiettivi. Più di quelli che ci danno da leggere, ascoltare, guardare. Come scrivevano i Wu Ming:

ci sono due schieramenti l’un contro l’altro armati – e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il ‘popolare’ come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un’élite.

Qualcun altro, ancora prima di loro, aveva detto che la virtù sta sempre nel mezzo.

Francesca Fichera

2 pensieri su “Stephen King: il Re del Brivido non è il re della TV

  1. Ritengo che scrivere un romanzo e scrivere o, a maggior ragione, dirigere un film siano due cose completamente diverse. Sono diversi i tempi e i modi perché è diverso il mezzo ed è molto diversa la tipologia di fruizione. Detto questo non è che un ottimo scrittore non possa essere anche un ottimo sceneggiatore ma, nella pratica, è difficile e raro che lo sia. King, comprensibilmente, parla da scrittore ed è molto difficile che possa mettersi nei panni del pubblico che vede un film o una serie magari senza aver neppure letto il romanzo di riferimento. Ma gli vogliamo bene lo stesso. Ci li itiamo a seguirlo come scrittore evitando di idolatrarlo a tutto tondo ;)

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    1. Esatto. Anche perché credo fermamente che le cose si amino proprio riconoscendone gli aspetti fondamentali nella loro essenza, interezza. Altrimenti, per l’appunto, è idolatrare, un verbo ben lungi dall’appassionarsi sincero e maturo. Farsi degli idoli e adorarli in tutto ciò che fanno è la cifra adolescenziale residua che in molti sono restii ad abbandonare. E insomma, sto divagando (ma forse è perché so che con te posso). :)

      – Fran

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