Lo sconosciuto del lago (Alain Guiraudie, 2013)

di Victor Musetti.

Di sentir parlare di « film scandalo » ci siamo veramente un po’ rotti tutti quanti. Ed è difficile a volte capire dove stia il confine tra la necessità per la stampa di creare un caso mediatico a tutti i costi e il tentativo disperato di certi registi di farsi affibbiare questa etichetta pur di ottenere un briciolo di visibilità. Nell’anno in cui Abdellatif Kechiche faceva parlare di sé per i 10 minuti di scena lesbo nel bellissimo La vie d’Adèle, Palma d’Oro a Cannes 2013, Alan Guiraudie presentava nella sezione Un Certain Regard un’opera altrettanto coraggiosa e priva di compromessi, portandosi a casa il premio per la Miglior Regia e guadagnandosi da parte della rivista francese Les Cahiers du Cinema l’inaspettata menzione di miglior film dell’anno 2013.

Lo sconosciuto del lago non ci racconta granché di sé e dei suoi protagonisti. Ciò che sappiamo di Frank (Pierre Deladonchamps) è che ama nuotare nel lago. È un luogo di sguardi, desideri, gelosie e frustrazioni continue. Luogo per incontri e atti sessuali fugaci privi di qualsiasi pretesa affettiva tra le persone. Un mondo nascosto, che non dà mostra di sé perché non vuole prendersi la responsabilità di esistere. Frank comincia a non vederci più quando incontra Michel (Christophe Paou), un nuotatore misterioso e bellissimo. Sarà poi testimone di un omicidio terribile e dovrà scegliere se raccontare tutto o convivere con il peso della complicità.

Lo sconosciuto del lago

Lo sconosciuto del lago ha fatto molto parlare di sé a causa delle numerose scene di sesso esplicito al suo interno. C’è da dire che con il dilagare di materiale pornografico dei nostri tempi non siano le immagini in sé a disturbare quanto la loro gratuità, tanto da far pensare che sia ormai una prerogativa del « cinema gay » quella di mostrare scene di sesso spinto prive di filtri o censure così che il pubblico male informato si educhi al più presto e si abitui a vedere eiaculazioni e fellatio tra uomini. È un gusto quasi sadico, provocatorio, una violenza che sa di riscatto morale. Ma si spera che un giorno non ce ne sarà più bisogno.

Di Alan Guiraudie invece non si può proprio dire che sia un regista spuntato dal nulla. Scoperto a Cannes nel 2001 con il mediometraggio Ce vieux rêve qui bouge, premio Jean Vigo ex-aequo con Candidature di Emmanuel Bourdieu, ricevette pubbliche lodi da parte di Jean Luc Godard e divenne subito il vero caso francese del festival. Seguirono poi alcuni lungometraggi di discreto successo in Francia come Voici venu le temps (2005) e Le roi de l’évasion (2009) fino a raggiungere la definitiva consacrazione con questo ultimo film. Sempre attratto dagli ambienti degradati e abbandonati dal mondo, l’assoluta novità per Guiraudie ne Lo sconosciuto del lago è quella di aver elevato il luogo a protagonista assoluto.

A metà strada tra Michael Haneke e l’Ulrich Seidl di Paradise: Love, Guiruadie gestisce i corpi all’interno della natura con la distanza di chi si apposta dietro un albero a guardare di nascosto e se ne sta attento a non far rumore. Pur non raccontandone mai niente esplicitamente, riesce nel miracolo di creare un universo completamente attendibile e immersivo. Un mondo silenzioso e in continuo movimento, quasi spaventoso per come ci viene raccontato, perché dei suoi abitanti non sappiamo niente oltre ai loro istinti sessuali più perversi. Ma è nei suoi silenzi che il film vive e respira di vita propria. Sensazioni che sedimentano e crescono nella nostra memoria giorno dopo giorno. E il desiderio di una seconda visione si fa sempre più incessante, anche solo per sentirlo ancora una volta, il silenzio del lago.

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