Fantastic Mr. Fox - CineFatti

Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson, 2009)

Animazione da Oscar per Wes Anderson, Fantastic Mr. Fox.

Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente, colui che passa al bosco) è il proscritto che si dà alla macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo scrittore tedesco si rifà a questa tradizione nordica per tracciare la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo. Jünger individua nelle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del mondo” e nel “progredire della tecnica” l’origine dell’assedio all’uomo moderno. Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta l’essere, o perlomeno lo nasconde sotto identità artificiali? La risposta che Junger dà è: Incamminandosi lungo la Via del Bosco

Parados, Dagli antichi ai moderni

L’intera filmografia di Wes Anderson, recentemente arricchitasi col suo nuovo capitolo Grand Budapest Hotel (dal 10 aprile nei cinema), filtra esplicitamente col mondo dei cartoni, con le stramberie dei fumetti e con la comunicazione immediata e poetica dei bambini, a volta a partire dagli stessi soggetti come in Moonrise Kingdom.

Nel suo film più vicino alla fantasia sfrenata di Rushmore e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Fantastic Mr. Fox delizia lo spettatore con lo stop motion e la solita invasione di colori, spassose burle e avventure semiserie.

Come altrove è qui sempre capace di comunicare a livello emozionale qualcosa di ben più tangibile dell’insieme razionale delle singole scene, quella nostalgia fabulistica di una bellezza leggerissima e alla portata di ogni nostro gesto quotidiano in cui risiede il talento finissimo di Anderson, qui sostenuto da un sontuoso doppiaggio originale affidato a Bill Murray, Owen Wilson, Adrien Brody, Willem Dafoe, George Clooney, Meryl Streep e altri e coadiuvato in sceneggiatura dall’amico Noah Baumbach (già autore dell’eccellente Il calamaro e la balena).

Tratto dal primo libro letto nella vita del regista, una favola di Roal Dahl, Mr. Fox è una volpe sospesa tra il proverbiale e primordiale istinto da animale selvatico (da ex ladro di pollame) e il ruolo di  responsabile e affettuoso padre di famiglia (da giornalista mediocre).

Cedendo alla sua anima più indomita e selvaggia, mette a rischio la famiglia e anche la famiglia allargata a tutti i piccoli mammiferi locali, che così riscopriranno avventurosamente una identità forte nella diversità come comunità di pari, toccando le più serie tematiche familiari, come nel caso del figlio diverso Ash, del suo più dotato nipote Kristoffersen e dell’ennesima galleria di personaggi minori che ispirano la poetica bizzaria profusa in numerose gag, con un ritmo gioioso e sostenuto.

La briosa e felicissima colonna sonora (Rolling Stones, Beach Boys, Alexandre Desplat) non può che sostenere le svolte ironiche e sfrontate della vicenda che evocano la necessità di un ritorno alla natura per tutti gli esseri viventi civilizzati, il sogno di ritornare a essere genuinamente barbarici, perché se l’esperienza contemporanea di quella che oggi è definita civiltà è testardamente conservatrice quella della natura è invero intimamente rivoluzionaria.

Ironica e affilata provocazione verso l’essenza stessa della middle class contemporanea, ma anche evocazione della più sorprendente, indicibile e fanciullesca anarchia minimale di Anderson, Fantastic Mr. Fox è una opera con momenti leggendari come l’indicibile finale, con un profilo parodistico che sfuma con garbo l’epica della leggerezza dell’inanimato, del sottobosco, che ancora vive e resiste all’allargamento incontrollato dell’influenza delle aree metropolitane.

Sono luoghi e tematiche in cui la colorata orchestra del regista scatena un’empatia coi personaggi che ricorda quella de I Tenenbaum; se il grottesco è talvolta un obiettivo forzoso, qui è una natura, un’attitudine poetica.

Restare animali (parafrasando la celebre frase dell’attivista e scrittore Vittorio Arrigoni) è l’esortazione più vitale di un film stupefacente, senz’altro il più politico di Anderson e forse la sua summa stilistica più esplicita e coerente.

Il Waldgänger è una rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la sua “selvatichezza”, e per riscoprire quelle forze ed energie maschili, anche violente ma necessarie alla trasformazione della realtà, che la società grandematerna ha sacrificato sull’altare delle buone maniere

Claudio Risé, L’ombra del potere

Luca Buonaguidi

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