Moonrise Kingdom (Wes Anderson, 2012)

di Fausto Vernazzani.

Lavorare con Wes Anderson deve essere un inferno. Immaginate un regista e il suo Direttore della Fotografia (il fidato Robert D. Yeoman) nella costante ricerca della perfezione geometrica sia sulla scena che nella composizione. Immagino il production designer travolto dallo stress urlare “Oh, no!” nell’attimo in cui scopre di dover prestare servizio per il regista de I Tenenbaum. Lo stress è però più sopportabile quando sai di essere al lavoro per il secondo Anderson d’America (il primo è Paul Thomas), autore dallo stile inconfondibile giunto – alla buon’ora – anche nelle sale italiane con Moonrise Kingdom, accompagnato dal sottotitolo italiano Una fuga d’amore.

Sam Shakusky (Jared Gilman) è un Khaki Scout, il meno popolare ed il più odiato da tutti, dell’accampamento Ivanhoe. Non gli dareste un soldo bucato a guardarlo in faccia, con quei suoi occhialoni ed un corpo esile ed emaciato, eppure una mattina il capo boyscout Randy (Edward Norton) si accorge della sua fuga con Suzy (Kara Hayward), figlia di Walt (Bill Murray) e Laura Bishop (Frances McDormand), due avvocati con problemi familiari. Incontratisi in uno dei tanti luoghi presentati dal nostro narratore (Bob Balaban), Sam e Suzy si difendono con unghie, denti e forbicine per mancini per riuscire a coronare il loro infantile sogno d’amore, mentre la polizia (Bruce Willis)e i servizi sociali (Tilda Swinton) li cercano spinti ognuno da un motivo diverso.

Descrivere le dinamiche che uniscono gli abitanti dell’isola di New Penzance, centro delle vicende, richiederebbe un volume a sé stante per quanti sono i collegamenti che si vengono a formare poco alla volta tra tutti i personaggi. Certo è che gli autori – Anderson e Roman Coppola – dimostrano una gran fantasia e l’esempio di come riescano a costruire interi microcosmi fantastici, nella sua accezione di surreale, degni figuranti d’un quadro per salotti dall’arredamento bizzarro e un po’ kitsch. Lo stile di Anderson non necessita di presentazioni, forse l’unico che meriterebbe d’esser visto su un televisore al plasma appeso al muro di casa propria, così da poter vedere lo slide show di quadri perfetti sbrogliarsi in una storia il cui personaggio più importante è il compositore Benjamin Britten.

Spinti da una mini-canoa attraverso le note del cuore di Sam e Suzy, ci si dirige verso una terra reale trasformatasi in fantasia, la cui musica è composta da Britten e cantata da Françoise Hardy ed Hank Williams, spolverata come zucchero a velo con un tocco di Mozart e deliziosamente abbracciata dai toni soavi e curiosi dello straordinario Alexandre Desplat. Lui ed Anderson giocano con le note del defunto Britten per dare una carica emozionale diegetica capace di solleticare lo spirito di chi esplode in una fuga così come la musica che ascolta. Moonrise Kingdom così si distingue da molti altri lavori, un’opera fotografica in evoluzione musicale dalla dolcezza sconvolgente.

Si aggiunge un ritmo crescente, una serie di sequenze paragonabili ad un allegretto in crescendo, con spazi che si allargano così come i cuori dei (meno)protagonisti, tra enormi campi dove colpiscono i fulmini, enormi accampamenti di scout dove appaiono Harvey Keitel e Jason Schwartzman e isole devastate dai venti di una tempesta epocale. Sa come farsi amare (o anche odiare), Wes Anderson, un vero talento nel dirigere attori senza toglier troppo spazio a nessuno, offrendoci un cast stellare al meglio delle loro capacità, specchi per chi vive dietro la macchina da presa per regalarci uno dei suoi migliori gioielli. Se avevate dubbi, ma credo proprio di no, seguite il consiglio ed andate al cinema, Moonrise Kingdom vi sta aspettando.

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