Il turno di notte lo fanno le stelle

Il turno di notte lo fanno le stelle (Edoardo Ponti, 2012)

Il turno di notte lo fanno le stelle: la parola a Erri De Luca – di Francesca Fichera.

La montagna “si scrolla di dosso il concetto di proprietà privata” per ogni sua cima o suo spuntone. Così pensa (e dice) Erri De Luca, che i monti li abita e li ama a tal punto da renderli protagonisti dei suoi racconti. Uno di questi sta alle pendici de Il turno di notte lo fanno le stelle, film breve di Edoardo Ponti da poco in lizza per la cinquina definitiva dei Miglior Cortometraggi agli Oscar 2013.

Protagonisti, oltre alle Dolomiti, Enrico Lo Verso e Nastassja Kinski, un uomo solo e una donna sposata vincolati l’uno all’altra da una promessa solenne: tornare a scalare montagne dopo il trapianto di cuore che entrambi hanno subito. L’intimità del loro patto mette in allarme il marito di lei – Julian Sands – che però, pur di vedere sua moglie di nuovo felice, si limita al ruolo di osservatore discreto, e forse impotente, della vicenda.

Sul filo tremante del sospetto e dell’inquietudine, rarefatta come l’aria che si respira sulla vetta, Ponti porta avanti la sua ambiziosa creazione a cavallo fra cinema e letteratura. Ambiziosa perché, a detta dello stesso regista, ispirata al “senso della morte tipico di Ingmar Bergman” e all’ambiguità generatrice di tensione narrativa peculiare di Alfred Hitchcock. Ma il risultato è lontano dai suoi modelli, pur conservando la sua autonomia in senso positivo: Il turno di notte lo fanno le stelle è un film ben diretto, da cui traspare un’estrema cura dell’immagine e della sua funzionalità alla narrazione per la quale fa da tramite.

Ed è proprio questa narrazione ad uscirne, per assurdo paradosso, parzialmente limitata e stridente rispetto all’insieme: come se le parole selezionate per realizzare i dialoghi, puntando ad un effetto aforistico, risultassero slegate fra di loro o, per meglio dire, unite da una logica inconsueta fondata sulla casualità. Difficile, di conseguenza, relazionarsi ad esse, tanto per gli attori quanto per gli spettatori. Tuttavia, anche se in maniera ovattata, passa comunque il significato, totale e totalizzante, sopito sotto il cielo stellato de Il turno e del suo disegno fatto a quattro mani: una dedica alla vita e alla capacità in essa radicata di riplasmarsi, di ricominciare, prendendo esempio dalla natura e appigliandosi ai suoi spigoli. Coraggioso è farlo, coraggioso è provare a dirlo.

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