Ruby Sparks (Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2012)

Caro Wolfgang Goethe,

non vorremmo stare sempre qui a citarti, per giunta ricordando di te soltanto un’opera che però, per i suoi principi e per la solidità con cui in essa sono esposti, tende a ricorrere e a rafforzare il suo valore. Non è per dire sempre le stesse cose, forse è perché se ne dicono sempre di uguali. E quindi diciamolo ancora: colui che fa troppo sua la propria creazione finisce col perderne il senso, come spiegasti bene ne Le affinità elettive. Cosa che accade non tanto – e non in questo modo – agli autori di Ruby SparksValerie FarisJonathan Dayton, tanto amati per il loro precedente Little Miss Sunshine …ma al suo protagonista, lo scrittore di successo Calvin Weir-Fields (Paul Dano). Che, alle prese con il più classico e insuperabile dei blocchi creativi, si rifugia a tal punto nella sua fantasia da renderla reale. Fin troppo reale.

Ruby è letteralmente un sogno divenuto realtà: una ragazza dai capelli rossi e dai vestiti variopinti – interpretata da Zoe Kazan – che si catapulta nella vita di Calvin trasferendola a una dimensione di idealizzazione e splendore destinata a sciogliersi come brina di primo mattino. E sarebbe stato bello veder svanire, alla stessa maniera, il lato più acre del sapore agrodolce di questa commedia, dove la coppia Dayton/Faris dimostra ancora una volta di prediligere toni un po’ patetici e, nel caso specifico, dai contorni pericolosamente retorici e clichettari. Se infatti questi potevano risultare funzionali all’insegnamento in sordina portato dalla dolcezza di Little Miss Sunshine, in Ruby Sparks – come la brina di cui sopra – si comportano da condensa, finendo con l’appannare il vetro di un’idea buona, pur se non originale al 100%.

Ritrovare, tutti insieme e di seguito, la comparsata improvvisa, il primo bacio, la parentesi diegetica cosparsa di lustrini e musichetta ammaliante dove i due protagonisti si rincorrono e si abbracciano in un tripudio estatico d’amore e giovinezza… ritrovarli tutti insieme in un sol colpo delude e, dopo poco, stanca. Specialmente se a seguire v’è un incredibile rallentamento del flusso narrativo, una digressione probabilmente necessaria all’approfondimento dei soggetti coinvolti nella relazione in primo piano – un Calvin sempre più egotista e una Ruby che, notandolo, comincia a distanziarsene – ma terribilmente nociva al ritmo del film. E poi ci si chiede se ad Antonio Banderas non fosse sufficiente vendere biscotti, data la sua presenza in poco più di un cammeo.

Comunque, ciò che più sorprende in negativo è l’eccessiva virata al tragico portata a compimento mentre il film si avvia verso le sue (forse banali, ma non del tutto scontate) conclusioni: un dramma che sfiora i confini del grottesco, retto male dagli interpreti – o meglio, dall’interpretela Kazan, discreta finché leggera ma ridicola nel dare un peso non necessario alla sua figura; una porzione di racconto che stona decisamente con il suo contorno. Per dire cosa, poi? Che dare un limite alle cose significa ucciderle: bisogna lasciarle andare perché vivano.

A pensarci bene, prima di Goethe, qualcosa di simile l’avevano già detto i filosofi greci.

Francesca Fichera

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