La Madre (Andrés Muschietti, 2013)

La Madre di tutte le paure reali.

Se c’è una cosa che Howard Philip Lovecraft ci ha insegnato è che non possiamo fare affidamento sui nostri cinque sensi, un numero limitato di mezzi per percepire una realtà più ampia di quanto il nostro cervello possa comprendere.

Questa idea di orrore sovrannaturale non è sempre riscontrabile nel cinema di genere, dove si bazzica solo armati di stupore e urla varie per la scoperta di una presenza non creduta possibile, il principio di San Tommaso contro l’idea dell’Oltre.

Un talento scovato da Del Toro

Guillermo Del Toro sono anni che tenta di trasporre le Montagne della Follia di H.P. Lovecraft senza successo, ma al Cinema raggiunge parte del suo obiettivo grazie ad Andrés Muschietti, regista argentino di un piccolo cortometraggio horror dal titolo Mama.

Il messicano è da anni un vero e proprio talent scout, guarda decine di cortometraggi all’anno,  risponde e dà consigli ai giovani filmmaker, talvolta aiutandoli a finanziare il loro debutto sul grande schermo.

È questo il caso de La Madre (tratto da Mama) scritto da Andrés assieme alla sorella Barbara Muschietti e a Neil Cross, sceneggiatore televisivo (LutherDoctor Who) e nuovo protetto di Del Toro, anche lui presente in fase di scrittura e ideazione, tant’è che delle sue produzioni, questa è la più personale.

Oltre i cliché delle favole

Potrebbe essere un caso fortunato, Muschietti ha un talento registico che va oltre l’horror e i cliché del genere, di cui fa un largo uso, riuscendo a esprimere un messaggio distante dalla paura e di più ampio respiro.

Si tratta di una fiaba vera e propria, una conferma derivata dallo stesso inizio avviato con un C’era una volta che ci introduce alle due bambine protagoniste, Victoria (Megan Charpentier) e Lily (Isabelle Nélisse).

La tragica favola inizia con la furia di Jeffrey (Nikolaj Coster-Waldau) padre delle due piccole appena resosi colpevole dell’omicidio della sua ex moglie e del suo socio nonché del rapimento delle figlie, ma in un tragico incidente su una strada di montagna rimangono bloccati in uno chalet abbandonato dove cerca di uccidere anche Victoria e Lily.

A fermarlo è però un’entità oscura che lo elimina di fronte alle bambine, rimaste sole per cinque anni e poi ritrovate dallo zio Lucas – gemello di Jeffrey – e la sua compagna Annabel (Jessica Chastain, particolarmente amata dalla macchina da presa).

Le condizioni psicologiche sono terribili, abituate a vivere nella foresta per anni senza l’aiuto di nessuno se non della Madre, una creatura di cui non si riesce a capire la natura, ma che ben presto sconvolgerà le vite dei genitori adottivi e dello psicologo che le ha in cura (Daniel Kash).

Il corpo del fantasma

Un fantasma creato senza effetti speciali, ma con il corpo di Javier Botet (magro quanto Doug Jones) capace di muovere i suoi arti anche contro i blocchi naturali delle giunture, conferendo al tutto un risultato terrificante.

La Madre è una chiara fusione di stili: l’horror letterario di Lovecraft (Rats Beyond the Wall) nato dagli stimoli di Del Toro stesso e il j-horror dei fantasmi giapponesi, da cui il film di Muschietti eredita l’uso dei suoni e l’importanza dei capelli per caratterizzare un personaggio, nascosto dalla superficie stessa del suo corpo e rinato dalla forza di un’emozione forte come la rabbia (The Grudge).

Una sorpresa a metà – il marchio Del Toro è sempre una garanzia – non eccellente fino all’ultimo fotogramma, talvolta su binari abbastanza prevedibili, ma perfetto nell’aspetto stilistico, grazie anche alla fotografia di Antonio Riestra e nello sviluppo finale della sceneggiatura.

Personaggi dettagliati, privi di movimenti sentimentali irrealistici, guidati dall’affetto e non dall’eroismo del classico modello americano, persone reali a cui è facile sentirsi vicini, anche nei momenti più stupidi – non gli entra in testa che andare nei boschi di notte è una cattiva idea.

Nel complesso La Madre è un film riuscito, spaventa e fa riflettere, coinvolge e meraviglia con una chiusura diversa dai disegni filmici da noi visti negli ultimi tempi, simile all’oscuro lieto fine de Il Labirinto del Fauno.

Fausto Vernazzani

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