Piovono polpette (Phil Lord & Chris Miller, 2009)

di Francesca Fichera.

“Attento a ciò che desideri”, soleva dire qualcuno. E in Piovono polpette (Cloudy with a Chance of Meatballs), lungometraggio animato di Phil Lord e Chris Miller (ma nei titoli di testa leggerete “directed by A LOT OF PEOPLE”, badate bene), il desiderio è assoluto e incontrastato protagonista. In ogni suo grado e per tutti i gusti, dalla voglia all’aspirazione, con qualcosa a metà strada che potrebbe facilmente chiamarsi ‘vizio’. O anche ‘sfizio’.

Di sfizi, gli abitanti dell’isola di Swallowmarina non ne provano da un bel po’. Tutto quel di cui si nutrono sono solo e soltanto le sardine. Finché il giovane scienziato senza successo Flint Lockwood, figlio del baffuto proprietario di una pescheria, non decide di testare la sua impronunciabile macchina spara-cibo, capace di permutare l’acqua in qualsivoglia leccornia. E di far letteralmente piovere l’inaspettato, coloratissimo e succulento risultato sulle teste incredule dei suoi concittadini, durante la rovinosa festa inaugurale di un tremendo parco-giochi sardinocentrico. A godere della sorpresa non è solo il ragazzo, bizzarro e disadattato, cui il macchinario così collaudato regala un’inattesa occasione di riscatto sociale; c’è anche Sam, anima a lui gemella in tutto e per tutto, definita pubblicamente dal suo capo – direttore di un noto tg-meteo – «la nostra stagista sfigata». Come Flint, anche Sam ha sepolto la sua vera identità nella (vana) speranza di venire a patti con la sorte e riuscire a realizzare il sogno di una vita: diventare meteorologa. Tuttavia, a differenza del suo coetaneo, non ha costruito accoglienti sotterranei, disseminati di cubicoli e strani marchingegni, per nascondersi dal mondo reale.

Piovono polpette comincia, del resto, con quelle poche ma essenziali parole – «non si può fuggire dai propri piedi» in grado di racchiudere e spiegare l’invincibilità della natura. Alla simpatica Sam è sufficiente tornare bambina, riannodarsi i capelli e infilarsi gli occhiali da “secchiona”, perché l’ordine spontaneo delle cose possa essere ricostituito. Al giovane Lockwood cosa dovrà succedere affinché gli sia chiaro cosa vuole davvero?

Questo è il film nella sua sostanza, ma è la crosta (o la glassa, tanto le metafore cibarie qui si sprecano) a far la differenza. Andando al di là della dolce-amarezza chapliniana di Wall-E e del lirismo di Up, concepiti dalle geniali menti dell’avversaria Pixar, il lungometraggio Sony segue le onde accarezzandone la superficie e lasciando allo spettatore la libertà di scegliere se andare a fondo oppure limitarsi al divertimento nella sua accezione più diretta. Quel che è certo è che Piovono polpette mescola le due parti complementari del gioco proprio come saprebbe fare un bravo chef con gli ingredienti principali di un piatto: realizza la bontà ammorbidendo i sapori forti, rendendo graduale il dischiudersi del cuore e dei suoi segreti. Oltre all’allegra brigata di personaggi – tutti caratterizzati alla perfezione – alle esilaranti gag della scimmia Steve, alle incredibili trovate grafiche – il tornado di spaghetti, la nevicata di gelato, il sandwich-Torre Eiffel e un’altra infinità di invenzioni… Oltre a tutto ciò c’è l’autocritica, affilata come croccanti alle arachidi (cit.), di un paese la cui popolazione, se potesse scegliere di ingozzarsi fino al coma, morirebbe volentieri mangiando. E c’è la coscienza del dilagare di questa tendenza insieme con quella, pericolosamente schizofrenica, votata alle apparenze più becere. Al centro, la rappresentazione di un divario generazionale: quello fra un padre, un figlio e le loro rispettive idee di felicità.

Eccolo, il cuore, spogliato dalla comicità delle ultime sequenze, il tanto agognato ‘boccone del prete’. Quello che vi farà sciogliere per quant’è buono.

 

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