Wall-E - CineFatti

WALL•E (Andrew Stanton, 2008)

L’imperdibile danza di Wall-E.

Da troppo tempo si avvertiva la mancanza di una favola, una di quelle vere, raccontate per divertire i più piccoli ed illuminare la mente ai più grandi. Wall-E è tutto questo: è la riscoperta, da parte della Disney, di un microcosmo emozionale in grado di toccare anche gli animi più cinici e disincantati.

Chi non s’è già innamorato di Wall-E e dei suoi occhioni dolci ha ancora tutto il tempo per farlo.

Charlot fa rima con robot

Questo piccolo eroe dai modi vagamente chapliniani si muove sullo sfondo di una Terra abbandonata dagli uomini e abitata esclusivamente da rifiuti e scarafaggi.

Programmato per imballare immondizia – un compito fine a se stesso date le condizioni in cui versa il pianeta – continua imperterrito ad eseguire il suo lavoro costruendosi nel frattempo un rifugio tutto suo dove immagazzinare gli oggetti più curiosi trovati durante il giorno.

Nel suo nido di romanticismo, sulle note di Hello, Dolly! – che lui riguarda più volte adempiendo a una sorta di rito – Wall-E sembra voler ripristinare la vecchia esistenza del mondo, quella precedente al disastro ambientale, alla totale desertificazione del globo. E la robottina EVE, una sonda che piomba all’improvviso dal cielo, condivide con lui il medesimo obiettivo: trovare una qualsiasi forma di vita che restituisca la speranza necessaria a ricominciare da capo.

Elementare, Wall-E!

Il paradosso creato da Andrew Stanton insegna che perfino un pupazzo di metallo farebbe di più per la Terra rispetto a chi di carne e ossa – e soprattutto di carne – ne ha da vendere; che non conta quanto sia difficile raggiungere uno scopo, perché l’importante è iniziare: con un seme, un germoglio, una piccola cosa qualsiasi.

Un messaggio di grande portata, probabilmente destinato a rimanere inascoltato, ma che in ogni caso il film della Pixar preferisce lanciare in forma di consiglio piuttosto che di monito.

L’esemplare storia d’amore dei due teneri protagonisti, sorretta dalle musiche sognanti di Thomas Newman e Peter Gabriel, fa da edulcorante per un boccone altrimenti abbastanza duro da digerire – almeno per i più sensibili.

Uno sguardo (dis)incantato

A essere rappresentata è una realtà (non troppo) fantascientifica, un futuro (non troppo) lontano fatto di scenari desolati e grossi relitti arrugginiti che sprofondano nella sabbia.

Ciò che si ricorda con maggior piacere, forse perché lo si vuole, forse perché semplicemente la memoria lo seleziona spontaneamente, è lo sguardo malinconico e un po’ stranito di Wall-E mentre armeggia con il cubo di Rubik, la lampadina e l’accendino stupendosi di come oggetti all’apparenza inutili potessero servire a qualcosa in un tempo diverso dal suo.

E un po’ commuove vederlo volteggiare nello spazio in compagnia della sua simile e di un estintore, nell’atto di ridefinire il concetto di «danza» e, a modo suo, anche quello di «essere umano».

Francesca Fichera

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