L'amore che resta (Gus Van Sant, 2011)

Un tête-à-tête amichevole con la morte per L’amore che resta.

Restless, presentato al 64esimo Cannes e tradotto per la distribuzione italiana L’amore che resta (è il male minore: dovreste sentire quant’è patetico il doppiaggio), è il film con cui Gus Van Sant ridimensiona lo sguardo al microcosmo affettivo di due individui, prendendosi una pausa dalla vocazione di ampiezza dello sguardo e narrazione corale di Elephant e Milk, riassestandosi sulla temperatura di Paranoid park.

Esperienze di morte

Enoch e Annabelle hanno l’abitudine di dare del tu alla morte e vanno a fare capatine ai funerali perché per loro è come sentirsi a casa. A lei, appassionata di Darwin e ornitologa alle prime armi, un tumore al cervello concede tre mesi di vita.

Lui, eterno sconfitto a battaglia navale contro l’amico immaginario Hiroshi (e non potrebbe essere altrimenti, dato che trattasi di un kamikaze dell’esercito giapponese, che in materia di navi di certo non le manda a dire…), ha perso entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e ha avuto tre mesi di morte, o coma, che dir si voglia.

Si incontrano, si amano teneramente, litigano, giocano al rimpiattino col reciproco dolore, si riconciliano, si congedano con un buffet funebre molto colorato.

Lo stile salva tutto

Film di diafana consistenza, L’amore che resta è il meno robusto dei lavori di Van Sant dal 2000 a oggi, quello che denuncia una esigenza espressiva meno bruciante da parte del regista, da lodare sempre e comunque, perché il Van Sant’s touch, riuscito o no che sia il film, arriva sempre con stile ad aggirare le trappole del banale.

I momenti migliori riguardano il dosaggio dell’amico immaginario Hiroshi, catalizzatore di eventi, pennellata che dà senso a un quadro, accento che conferisce sfumature a seconda di dove lo piazzi e che inclinazione gli dai, caramella della fantasia che addolcisce il boccone amaro della morte, quella vera.

Il punto debole

I due attori protagonisti sono purtroppo un punto debole. Mia Wasikowska è ora che cresca (non può recitare sempre allo stesso modo in tutti i film che fa, come on!). Si comporta meglio Henry Hopper, figlio di Dennis, cui farà bene rivedere con attenzione i film del padre.

Lavoro illuministico come al solito preziosissimo di Harris Savides (sempre morbide e calde le sue scelte, potremmo chiamarlo il Nemico delle Ombre, fedelissimo di Van Sant ma intercettato anche da Woody Allen per Basta che funzioni, David Fincher per Zodiac, Ridley Scott per American Gangster), belle musiche di Danny Elfman.

Plauso infine a Ron Howard e Bryce Dallas Howard in veste di produttori.

Elio Di Pace

 

4 pensieri su “L'amore che resta (Gus Van Sant, 2011)

  1. A me questo film è piaciuto molto. L’ho trovato molto delicato e attento nel trattare un tema così atroce come la morte prematura. I due protagonisti, poi, mi hanno ricordato l’amore adolescenziale di Romeo e Giulietta in cui i giochi da bambini si mescolano ad una consapevolezza già da adulti.

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    1. il parallelo con Romeo e Giulietta è stato affrontato anche da molta critica, ricordo che quando uscì il film lessi qualcosa in proposito. Però sono contento che ti sia piaciuto, il mio Van Sant preferito, comunque, resta Paranoid Park, forse anche più di Elephant.

      EdP

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  2. d’accordo sul fatto che non è tra i van sant più riusciti…
    mia wasikowska però secondo me è il punto forte del film, e la sua interpretazione è quello che più mi è rimasto di un film comunque carino…

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    1. La Wasikowska ormai è una giovane attrice intercettata dai grandi autori, finora ha di sicuro offerto performance dignitose, ma le manca, secondo me, il ruolo della svolta. Arriverà presto comunque, dato che ormai è entrata in un bel giro =)

      EdP

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