Milk (Gus Van Sant, 2008)

Tutta la bontà di Milk

Un biopic sui generis quello che Gus Van Sant dedica ad Harvey Milk, eroico (sì, eroico) attivista dell’America infranta e affranta del post Sessantotto.

Come già nel precedente Last Days, sulla vita di Kurt Cobain, anche qui vi è del materiale che, prima di essere filmato, è stata vissuto, spiato, affinché noi spettatori potessimo porci allo stesso modo nei suoi confronti.

Spiare, guardare, penetrare in un’altra epoca e in altri luoghi, dove però è rintracciabile più di una similitudine con gli scenari attuali.  Così, da quei lontani anni Settanta e da quelle strade altrettanto distanti, dal Castro Camera di San Francisco e dalle piazze gremite di mani e colori, ci giungono i fermenti, le immagini, le voci dell’altra realtà, quella che ugualmente nel tempo è rimasta diversa.

Il peso del testimone

Attraverso il montaggio ben scandito di filmati di repertorio e racconto vansantiano si configura un’intenzione primaria: testimoniare, poiché la testimonianza è sinonimo di ricordo e il ricordo, di esperienza.

E se le parole tendono pericolosamente alla retorica, Gus Van Sant non si smentisce e riequilibra l’insieme sbizzarrendosi con gli strumenti del mestiere e finendo col confezionare un prodotto a metà fra il documento e l’esercizio virtuosistico. Il che è, è risaputo, va considerato un po’ il marchio di fabbrica del filmaker americano – e non in senso negativo, visti i risultati ottenuti dal più crudo Elephant

Ma a giocarsela in Milk sono, appunto, ben altri fattori: le cifre, il cast stellare e ben orchestrato, gli effetti, la musica.

Il fine giustifica gli eccessi?

C’è un vago senso caricaturale che pervade ogni cosa, dalla figurazione dei personaggi all’evolversi delle loro vicende, passando per qualche azzardata sottolineatura – per esempio nella scena della morte di Harvey – che risulta troppo sopra le righe e stride con il tentativo di discrezione offerto dalle interpretazioni di Josh Brolin e James Franco.

Del resto uno dei maggiori pregi della pellicola consiste proprio nella sapiente coralità dei suoi dettagli, che si tratti dell’uso della slow motion o delle singole prove attoriali. Tutto si incastra alla perfezione, come in un grande puzzle vintage.

Forse, tralasciando qualità e difetti, è con questo spirito che va visto Milk: bisogna immergersi nei suoi tableaux vivents, nelle sue sgargianti parate, lasciarsi coinvolgere dalla fresca vitalità dei suoi protagonisti e resistere, con loro, alla massa anonima e scura degli oppositori, alle manganellate e al bigottismo.

Al di là degli eccessi di concetto e di forma, ciò che conta è l’aver riportato in vita il canto speranzoso di Harvey Milk. Un merito che spetta non soltanto al regista, ma anche e soprattutto a uno straordinario e raggiante Sean Penn.

Francesca Fichera

Voto: 2.5/5

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