Milk (Gus Van Sant, 2008)

di Francesca Fichera.

Un biopic sui generis, quello che Gus Van Sant dedica ad Harvey Milk, eroico (sì, eroico) attivista dell’America infranta e affranta del post-sessantotto. Come già nel precedente Last days, sulla vita di Kurt Cobain, anche qui vi è del materiale che, prima di essere filmato, è stata vissuto, spiato, affinché noi spettatori potessimo porci allo stesso modo nei suoi confronti.

Spiare, guardare, penetrare in un’altra epoca e in altri luoghi, dove però è rintracciabile più di una similitudine con gli scenari attuali.  Così, da quei lontani anni Settanta e da quelle strade altrettanto distanti, dal “Castro Camera” di San Francisco e dalle piazze gremite di mani e colori, ci giungono i fermenti, le immagini, le voci dell’altra realtà, quella che ugualmente nel tempo è rimasta diversa. Attraverso il montaggio ben scandito di filmati di repertorio e racconto vansantiano si configura un’intenzione primaria: testimoniare, poiché la testimonianza è sinonimo di ricordo e il ricordo, di esperienza. E se le parole tendono pericolosamente alla retorica, Gus Van Sant non si smentisce e riequilibra l’insieme sbizzarrendosi con gli strumenti del mestiere e finendo col confezionare un prodotto a metà fra il documento e l’esercizio virtuosistico. Il che è, è risaputo, va considerato un po’ il marchio di fabbrica del filmaker americano – e non in senso negativo, visti i risultati ottenuti dal più crudo Elephant.  Ma a giocarsela in Milk sono, appunto, ben altri fattori: le cifre, il cast stellare (e ben orchestrato), gli effetti, la musica. C’è un vago senso caricaturale che pervade ogni cosa, dalla figurazione dei personaggi all’evolversi delle loro vicende, passando per qualche azzardata sottolineatura – ad esempio nella scena della morte di Harvey – che risulta un po’ troppo sopra le righe e stride con il tentativo di discrezione offerto dalle interpretazioni di Josh Brolin e James Franco. Del resto, uno dei maggiori pregi della pellicola consiste proprio nella sapiente coralità dei suoi dettagli, che si tratti dell’uso della slow-motion o delle singole prove attoriali. Tutto si incastra alla perfezione, come in un grande puzzle vintage. Forse, tralasciando qualità e difetti, è con questo spirito che va visto Milk: bisogna immergersi nei suoi tableaux vivents, nelle sue sgargianti parate, lasciarsi coinvolgere dalla fresca vitalità dei suoi protagonisti e resistere, con loro, alla massa anonima e scura degli oppositori, alle manganellate e al bigottismo.

Al di là degli eccessi di concetto e di forma, ciò che conta è l’aver riportato in vita il canto speranzoso di Harvey Milk. Un merito che spetta non soltanto al regista, ma anche e soprattutto a uno straordinario e raggiante Sean Penn.

Un pensiero su “Milk (Gus Van Sant, 2008)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...