Tanguy (Étienne Chatiliez, 2001)

Un incubo di nome Tanguy.

Pensate ad una persona che odiate con tutto il cuore e fissate la sua immagine nella vostra mente. Ora immaginate che venga lentamente immersa in una vasca piena di criceti della terza età, quindi senza denti, carnivori, che cominciano a mangiarsi quella persona mentre viene cosparsa di olio bollente.

Immaginate adesso di volere che tutto questo accada a un vostro ipotetico figlio.

Sangue del vostro sangue. Frutto dei vostri lombi. Piume delle vostre piume nel caso in cui siate convinti di essere Zio Paperone (può capitare). Sono simili a questo i sogni di Edith Guetz, madre del Tanguy che dà il titolo al film, sogni che la spingono ad andare regolarmente da un analista, poiché desiderare che cose del genere le subisca il proprio figlio non è considerato dalla società un atteggiamento appropriato.

Chi è Tanguy?

Tanguy ha 28 anni, ha avuto e ha ancora una brillante carriera universitaria, la sua persona come studioso è tenuta tanto in considerazione che il Ministro dell’Istruzione stesso lo contatta quando necessità di un’opinione riguardante il fronte orientale.

Parla fluentemente il giapponese e il cinese, tant’è che a Pechino ha già un posto di lavoro sicuro non appena avrà terminato la sua seconda tesi, ma qui scatta la crisi da bambino viziato e Tanguy pur di restare in casa con i suoi genitori, dove è trattato come un Re Pulcino – il padre lo chiama ancora così – decide di posticipare la sua tesi di un anno e mezzo: terrà le radici piantate in casa per altri 18 lunghi mesi.

 I genitori e protagonisti del film, Paul ed Edith, sono quindi sull’orlo della pazzia, la costante presenza saccente e serenamente devastatrice del figlio li manda in bestia, tanto da spingerli a cercare di disgustarlo facendo proposte degne del peggior mature-porn alle ragazze che regolarmente Tanguy invita in casa, nascondendo pesce puzzolente nella sua camera o danneggiandolo anche fisicamente sfruttando la propria lunga esperienza nel tennis.

Genitori contro figli

La commedia di Étienne Chatiliez è un costante crescendo che parte dalla negatività assoluta dei primi venti noiosi minuti di film fino ad arrivare a picchi di tragicomicità verso il termine. Un cambiamento riscontrabile anche nelle atmosfere stesse che dalle serene giornate assolate passano agli interni notturni e raggelanti degli ultimi momenti della diatriba Genitori/Figlio.

Come ogni commedia del genere che si rispetti, qui non si ride tanto di situazioni comiche scatologiche o sessuali, ma anche e soprattutto dell’infelicità altrui, l’elemento migliore e più facile da utilizzare per far funzionare bene una commedia – per cui non ci si aspetti un qualcosa d’intellettuale – semplice e diretta, che tra l’altro sfrutta un fenomeno sociologicamente preoccupante: l’insediamento perenne nel nido genitoriale.

Nulla a che fare col fenomeno dei bamboccioni di cui parlano gli hobbit che governano la Terra di Mezzo (nota anche come Italia).

Una buona critica

Un’opera che punta dunque a criticare la classe dirigente e i suoi figli di papà troppo viziati che non fanno altro che adagiarsi sulla poltrona senza preoccuparsi più di tanto di dover alzare il posteriore per divenire finalmente indipendenti.

Al di là di tutto Tanguy, oltre a una funzionale e discreta regia, vanta anche l’ottima interpretazione del trio protagonista, ognuno dei quali riesce a portare all’estremo il peculiare carattere del proprio personaggio.

Impossibile non desiderare la sofferenza di Tanguy (Eric Berger) che con i suoi continui, costanti, saggi e intelligenti proverbi cinesi ammorba la vita dei suoi genitori mostrando solo uno spiraglio di ciò che deve essere stato vivere 28 anni con una creatura simile.

André Dussolier è invece il padre Paul, che da affettuoso paparino diventa una sorta di belva assatanata del sangue della sua stessa progenie, una trasformazione credibile così come il progressivo aumentare dell’insofferenza della madre Edith (Sabine Azèma) la quale dà perfettamente l’idea della discesa in un infernale stato catatonico dovuto alla crisi di nervi ormai scoppiata e impossibile da rimarginare.

Nel complesso è una commedia di qualità, senza difetti eclatanti e senza pregi eccezionali, che svolge il suo mestiere con dignità.

Fausto Vernazzani

 

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