Le idi di marzo - CineFatti

Le idi di marzo (George Clooney, 2011)

Politica accoltellata dalla disillusione durante le idi di marzo

Volendo descrivere Le idi di marzo di e con il buon George Clooney potremmo farlo seguendo l’esempio dell’architettura.

Immaginate di essere in un edificio, un palazzo di giustizia ad esempio, progettato al fine di accogliere e al contempo incutere un timore reverenziale, rendendo concreto il rispetto richiesto da un’autorità costituita di soli uomini come la giustizia.

Le idi di marzo sono come un palazzo, costruito seguendo un piano ben preciso dove gli elementi necessari sono presi in considerazione tenendo conto dell’abitabilità e del gusto estetico, ogni fotogramma utile a uno scopo preciso, ogni dialogo col suo peso, è insomma un progetto filmico funzionalista dove nulla è lasciato al caso.

Parlare in questi termini della nuova fatica di King George dà l’impressione di aver visto un freddo oggetto meccanico, di essere ai piedi di un palazzo raggelante incapace di accogliere in sé lo spettatore osservante situato lì davanti, ai suoi piedi.

Disillusi

Il ritorno alla regia di Clooney però non è amico delle distanze, è piuttosto la sua storia a trattare proprio questo argomento in una cornice che proprio per la sua pulizia tecnica possiamo definire solo come magnificente, dalle grande ambizioni.

Il canovaccio spiegato al suo interno segue un giovane idealista interpretato da Ryan Gosling – lanciatissimo quest’anno tra Drive e Crazy, Stupid, Love e con alle spalle il successo indie di Blue Valentine – al lavoro per la campagna presidenziale del candidato utopico col volto caldo e affidabile del regista George Clooney.

È attivismo puro per il ragazzo, un’immersione nella difesa e promozione dei propri ideali, almeno finché non scopre con suo dispiacere di aver vissuto un’illusione, maschera dei soliti affari sporchi dietro una politica affatto integra come credeva.

La disillusione avvolge il cuore del protagonista e Le idi di marzo si concentrano sulla mutazione, sul virus della cattiva politica che tramite il magnifico gioco di ombre di Phedon Papamichael mostra la mutazione immorale al centro del film.

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È l’ideale che cambia

Il cambiamento diventa il fulcro del film, curato con un’attenzione maniacale che definirei rara nel cinema statunitense non d’autore – Clooney certamente aspira a diventare tanto con questo e Good Night and Good Luck.

I tempi sono dilatati e i dialoghi non coprono l’intera durata del film, si limitano a esprimere il funzionale di cui ho scritto in precedenza, ribadendo temi e procedendo su ritmi differenti, crescendo e volando in discesa bloccando lo sguardo su inquadrature di riferimento, frame con lo scopo di restare impressi nell’immaginario.

Vuole discutere con una chiarezza esemplare e senza arzigogolii col pubblico, vederlo riflesso nell’uomo del sogno americano, nel giovane pieno di buone speranze e chiedergli se si sente di identificarsi col cambiamento o con l’istinto di sopravvivenza.

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Homo homini lupus

Cosa prevarrà nello spettatore seduto sulla poltrona, il bisogno di farsi parte di un paese finalmente guidato giudiziosamente e con rispetto degli altri o continuare la lunga umana tradizione dell’homo homini lupus? Siamo Gosling oppure no?

È un tema universale, oltrepassa i confini della politica USA e può benissimo essere il ritratto della nostra situazione o di qualsiasi altro paese nel mondo. Clooney ha affilato il linguaggio filmico e colpito le corde giuste. Un Oscar non glielo toglie nessuno.

Gli attori, incluso Clooney, per quanto bravissimi è la loro inscrizione in un piano filmico-architettonico in stile Ozu a farli risaltare. Seguono un personaggio standard scelto dal loro curriculum e lo portano avanti senza la benché minima sbavatura.

Ryan Gosling in questo 2011 si meriterebbe il titolo di attore dell’anno grazie all’exploit di Nicolas Winding Regn e alla commedia con Emma Stone e Steve Carell, Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti invece fanno da specchio l’uno dell’altro – il bene e il male – mentre a essere sotto tono sono forse proprio Clooney ed Evan Rachel Wood.

Il finale? Un calcio alle ginocchia.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

6 pensieri su “Le idi di marzo (George Clooney, 2011)

  1. D’accordo su tutto, tranne che sull’ essere sottotono di Evan Rachel Wood: l’ ho trovata perfetta nella parte e molto intensa in un personaggio non facile di vittima consapevole.

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    1. Sul momento io non ero rimasto colpito da nessuno degli attori, ci ho messo un po’ a realizzare che la recitazione era fantastica proprio perché naturale, sono riusciti tutti nello scopo di “nascondere l’arte del recitare” come diceva Michael Caine. Però Evan Rachel-Wood, e così anche Clooney che preferisco di gran lunga come attore comico, non so perché, ma non m’è scesa giù! La verità è che come attrice non mi ha mai colpito più di tanto!

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    1. Ti ringrazio e ricambio gli auguri!
      Io voterei volentieri, ma nella lista proposta mancano praticamente tutti quei film che io ritengo tra i migliori dell’anno, non me la sento di fare una lista di seconde scelte! Sorry!

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