I racconti di Terramare - CineFatti, Recensione

I racconti di Terramare (Goro Miyazaki, 2006)

di Francesca Fichera.

A 39 anni Goro Miyazaki, figlio dell’illustre e geniale Hayao, ha il suo primo confronto con la regia cinematografica. Ne vien fuori I racconti di Terramare, tratto dal terzo episodio della saga fantasy Earthsea di Ursula Le Guin. E guardarlo, bisogna ammetterlo, è un po’ come fermarsi ad ammirare un falso d’autore: entusiasma solo in un primo momento.

Durante il tortuoso viaggio di Arren, giovane parricida perseguitato da una presenza oscura, e dei suoi misteriosi compagni – su tutti la sfregiata Therru, piccola custode di enormi segreti – molte, finanche troppe sono le somiglianze formali con le opere di Miyazaki Senior. A partire dal character design dei personaggi, proseguendo attraverso i più eclatanti nodi tematici grazie ai quali lo Studio Ghibli ha guadagnato il suo così largo seguito: l’eternità dello spirito – umano o dei boschi che sia, i grandi conflitti dell’animo raccontati dalle creature dei miti, i piccoli grandi eroi racchiusi in corpi di adolescenti. Ma, a veder bene, le ombre sono poche. Letteralmente. Così come le sfumature e lo spessore. I racconti di Terramare si aprono e si chiudono dove vuole il padrone: non hanno un prima comprensibile né un dopo immaginabile. Né tanto meno qualcosa di davvero unico e memorabile compreso fra i due estremi. Soltanto quella obbrobriosa figura nera che è Aracne, l’ambiguo mago assetato di immortalità, il Male “personificato” che tutto manda in frantumi: solo lui è veramente di Goro (ma per fissarlo nelle orbite è necessario aspettare la fine del film, soffrendo non poco).

Il resto, messo in forma scritta da Miyazaki padre, si spalma sulla superficie con eccessiva facilità.

Per il Festival Internazionale del Cinema di Roma il duetto papà-figlio si riconferma nella stessa formula. L’augurio è che Kokuriko-Zaka Kara (From Up On Poppy Hill) sia di tutt’altro livello, e non per forza più alto. Ci piace sperare nella profondità: è lì che si nascondono i tesori.

4 pensieri su “I racconti di Terramare (Goro Miyazaki, 2006)

  1. Le cronache narrano di come durante la prima nipponica del film Miyazaki padre non facesse altro che sbadigliare. Il povero Goro non ha avuto un eredità facile, proprio per niente.

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    1. Ma infatti, a mio modesto parere, dovrebbe riuscire (impresa non facile, questo è sicuro) a discostarsene: cercare di offrire la SUA personalità, i SUOI spunti creativi, la SUA visione (e le sue visionI). Hayao è normale che sia influente in maniera enorme, e il fatto che Goro sia suo figlio in un certo senso complica le cose. Ma non tagliare il cordone significa chiudersi, finendo col precludersi una miriade di possibilità di vera crescita artistica.
      p.s.: non la sapevo questa storia, grazie! confesso di aver sbadigliato anch’io, soprattutto sulla canzone finale (lol)
      – Frannie

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  2. Forse faceva meglio a cambiare nome, ma avrebbe dovuto abbandonare anche i legami di forma o quel che sia, per non permettere collegamenti.
    Anch’io sono per il taglio di cordone, senior ha dato tanto, possiamo benissimo esser pronti a cambiare registro.
    Ultimamente ho vissuto una visione miyazakofila, con nipponici, appassionati di sorta e soba nello stomaco, pensavo di aver raggiunto il karma, io che di solito guardo le cose in camera stagna e con gli instant noodles, ahah! Ma no, non resisterò e recupererò anche questo.
    Ah, ero al mercatino giapponese di Roma, non a Osaka! :D

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    1. :D ti consiglio allora, se non l’hai già fatto, di fare un salto al Far East di Udine. Non so quando e come sarà l’edizione 2012, ma quella 2011, a parte qualche “vuoto” nell’organizzazione (tempi morti, per essere esatti), è stata una crema :D C’erano pupazzi di Totoro ovunque, ti dico solo questo. E poi l’atmosfera… be’, penso che mi capisci. :)
      – Frannie

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