Un Barton Fink a Roma – Parte II

Anche la seconda (nostra) giornata del festival stava per acquistare risvolti tragici, risoltisi momentaneamente in una situazione di apparente lieto fine fiabesco conclusasi con l’amaro in bocca e tante aspettative. Tutto questo, comunque, ha riguardato le vicende personali del vostro affezionatissimo, che però non vuole tediarvi e tacerà su quanto accaduto.

Occorre parlare di cinema, piuttosto.

Ieri sera abbiamo visto The Eye of the Storm, il favorito per gli scommettitori. Francamente, non sono emersi elementi che potessero far gridare al capolavoro e, anzi, si è avuto fin dall’inizio l’impressione di una regia un po’ sempliciotta, forse finanche scontata in certi punti, che ha regalato poche belle immagini e poche scelte virtuose memorabili. È ovvio che rimarranno le interpretazioni di Rush, Rampling e soprattutto Judy Davis (lei veramente splendente), ma non sono riuscite, da sole, a reggere un film dall’andatura assai affaticata. Il plot, in ogni caso, ha al centro la malattia dell’aristocratica signora Hunter (Rampling) e il tentativo dei suoi due figli dalle vite irrisolte (Rush attore di teatro senza consacrazione e Davis principessa decaduta) di riconciliarsi. Un merito ulteriore lo si può trovare: il tono umoristico del film, che contrappunta piuttosto bene il dramma di partenza, ma questo forse può essere dovuto al romanzo da cui è stato tratto, L’occhio dell’uragano, che diede il Pulitzer (nel 1973) all’autore australiano Patrick White.

Molto, molto meglio La femme du cinquième, di Pawel Pawlikowski, con Ethan Hawke e Kristin Scott Thomas: bel film di regia, ottima fotografia lattiginosa (Ryszard Lenczewski), sia fredda che calda, accarezzata da delicati movimenti di macchina, ottimamente recitato, soprattutto da Ethan Hawke, che è uno scrittore e professore universitario che si reca a Parigi per ricostruire il rapporto con la figlia e si ritrova invischiato in un lavoro lontano dalla luce del sole, una relazione pericolosa con la malavita dei più loschi arrondissement parigini e una passionale storia d’amore che mette seriamente alla prova la sua stabilità psichica.

In mattinata, invece, abbiamo visto:

1) L’industriale di Giuliano Montaldo, con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini e Francesco Scianna (e poi tutta una schiera di funzionali figure di contorno). Favino è Nicola Ranieri, che è a capo di un’industria produttrice di pannelli fotovoltaici che rischia la bancarotta a causa della crisi. I suoi vari tentativi e escamotage si intrecciano con l’erosione del rapporto con la moglie (Crescentini) che sfocerà finanche nelle ombre della cronaca nera. Film dall’impianto di fiction televisiva, ma di qualità sicuramente superiore alla media: Montaldo non strafa con la macchina da presa ma la fotografia de-satura e “torinese” di Catinari e le musiche di Morricone figlio contribuiscono a rendere (almeno la confezione) più che gradevole.

2) Mon pire couchemar, film belga (fuori concorso), diretto da Anne Fontaine, è stato molto più significativo. Patrick è un individuo problematico che ha passato sette anni in carcere, ha un ottimo rapporto con le bevande alcoliche e le donne curvy (come si usa dire ultimamente, in maniera molto elegante) e, per quanto riguarda il lavoro, si è sempre arrangiato come ha potuto. Però, tutto sommato, è un cuore d’oro, e capita che il figlio diventi il migliore amico del figlio di una altolocata direttrice di una fondazione d’arte contemporanea. Da qui nasce un rapporto (tutte le immaginabili accezioni che il termine può avere sono raccontate nel film) che ondeggerà vertiginosamente tra il comico e il tragico. Si è riso veramente di gusto, grazie a una regia che ha avuto l’accortezza di mettersi al servizio di una strepitosa sceneggiatura e di attori sublimi: Isabelle Huppert, quella che tutti conosciamo bene, e Benoit Poelvoorde, personaggio straripante con un raggio espressivo praticamente infinito.

3)  From the Sky Down, documentario che Davis Guggenheim (già premio Oscar per An Inconvenient Truth) ha dedicato agli U2 e all’album Achtung Baby, che il gruppo di Bono è andato a incidere nella Berlino post-muro ispirata dalla temperie socio-culturale. Struttura circolare: il film si apre e si chiude con un incredibile ralenti della band che, dall’oscurità del backstage sta per andare in scena acclamato da centinaia di migliaia di persone. Tanti bellissimi filmati di repertorio, la voce off di Bono che non risparmia nulla nel racconto, e molti interventi che riempiono il cuore di gioia: Brian Eno, che fu produttore del disco, o Antony Corbjin, che ha scattato agli U2 le fotografie in bianco e nero che tutti abbiamo visto, i più bei ritratti della band. Forse è per gli appassionati, è vero, ma bisogna avere davvero un cuore di pietra per non emozionarsi almeno un po’ quando si vede Bono dirigere le prove e dare indicazioni al diligente The Edge, oppure quando in sala di registrazione la sua voce lascia di sasso i fonici. L’ovazione che il documentario ha ricevuto a Toronto ha avuto una degna replica a Roma.

Elio Di Pace

Un pensiero su “Un Barton Fink a Roma – Parte II

  1. Ho visto solo Eye of the storm e concordo pienamente con le tue conclusioni.
    E’ un film riuscito a metà e salvato dalla splendida interpretazione della Davis (non che gli altri siano da meno, ma lei rimane più impressa).

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