Bombshell - CineFatti

Bombshell di nome e di fatto

Jay Roach lancia la sua seconda esca agli Oscar

Per noi italiani Bombshell prende il posto che merita: è un direct-to-video uscito su Amazon Prime Video, scansata la sala a causa della simpatica pandemia. Onestamente Jay Roach sono 20 anni che non dirige un buon film – lontani i tempi di Mi presenti i tuoi – ma a quanto pare la sua carriera è in crescita con progetti disegnati con l’esca sul poster per attrarre l’attenzione dei membri dell’Academy. Mi riferisco proprio a Trumbo e Bombshell.

A questo giro ha una storia cucita ad hoc per il momento storico dell’entertainment: giustizia fatta contro Roger Ailes (John Litgow), imperatore mediatico sotto solo a Rupert Murdoch alla Fox di non troppi anni fa. Un maniaco sessuale, una fogna scoperchiata da una delle conduttrici dei canali conservatori della volpe, Gretchen Carlson, davanti a cui in molte donne non hanno potuto che rovesciare lo schifo versato su di loro.

È una vicenda importante, ancor di più se raccontata ai tempi di Trump: sì, perché nella (supposta) progressista industria cinematografica statunitense parlare a difesa di alcuni personaggi di spicco dei canali a favore di Trump è un boccone amaro da mandar giù. A meno che non si voglia fare un ovvio parallelo fra il porco alla Casa Bianca e l’altro al controllo dei media televisivi della Fox. Certamente è anche questa l’intenzione.

La santa trinità

Roach su sceneggiatura di Charles Randolph racconta la favola delle tre età: esiste la giovane Margot Robbie, inventata di sana pianta, appena entrata alla Fox con un fior fiore di ambizioni; la donna di “mezza età” Charlize Theron (la famosa Megyn Kelly) cammina sulle sue gambe, ma sotto alle suole si sente ancora il fango; Nicole Kidman (Gretchen Carlson) naviga ormai a vista, stracolma di tante, troppe esperienze.

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Ognuna di loro ha un percorso indipendente in Bombshell e l’unico momento in cui si incroceranno sarà proprio nell’immagine di copertina. Non intendo solo quella di questo articolo, ma dell’intero film. Bombshell giocando sul doppio senso del titolo si vende innanzitutto esponendo al pubblico quella che ritiene essere la sua principale qualità: tre bellissime attrici che interpretano altrettante tre bellissime donne. Stop, nient’altro.

Guardi il trailer e le vedi una affianco all’altra, stupende. Guardi il film e ogni cosa non fa altro che sottolineare la bellezza delle sue protagoniste e devo dire, se non fosse per la bravura di Charlize Theron – fenomenale – e di Margot Robbie, Jay Roach avrebbe avuto fra le mani l’esatto opposto di quanto desiderava portare sullo schermo: un film che oggettifica le donne anziché difenderle e scollegare il loro talento dall’aspetto fisico.

Guardare, non toccare

Accennai al problema di Bombshell nell’articolo sull’importanza di credere alle donne perché di recente ascoltai una intervista a Jennifer Kent, la regista di the Nightingale in cui sosteneva che troppo spesso la violenza sessuale è rappresentata focalizzando l’attenzione sul corpo delle donne anziché sugli effetti immediati sulla loro persona. Bombshell credo cada nel difetto evidenziato dalla Kent (ennesimo invito a vedere the Nightingale).

Fin troppo concentrato sulla bellezza delle sue protagoniste, quando mostra Roger Ailes abusare del suo potere per spogliare lentamente il personaggio di Margot Robbie, abbiamo un Jay Roach impegnato a svelare le lunghe gambe dell’attrice e solo in conclusione dare spazio al suo volto distrutto. Ed è il momento in cui il regista di Austin Powers dovrebbe ringraziare di aver avuto un’interprete capace di trasmettere l’orrenda sensazione di disagio.

Parliamo però solo di una frazione della scena, e così prosegue l’intero film. La violenza sessuale fisica per fortuna si evita di mostrarla e la si lascia solo intendere e/o raccontare verbalmente e dico per fortuna perché dubito Roach avrebbe usato un approccio alla Kent. Avrebbe negato qualsiasi possibilità di raggiungere gli Oscar con molteplici candidature. Si è limitato a guardare e non a “toccare”. Basta quella a far venire i conati.

La bomba che scoppia

Se avessi tempo vedrei anche la corrispondente miniserie con Russell Crowe nei panni di Roger Ailes, the Loudest Voice per vedere com’è raccontata la storia. Sicuro Litgow come suo solito ha dato oltre il massimo ed è preferibile una storia simile sia raccontata dal punto di vista delle vittime e non del colpevole se si vuole fare arrivare un messaggio: l’unione fa la forza, il #MeToo funziona se con coraggio si sporge denuncia.

Tuttavia Bombshell cade in fallo a partire dal titolo e senza nessuna particolare mossa entusiasmante non offre alcunché di innovativo al dibattito, anzi, si dimostra persino leggermente indietro sui tempi. Cosa che agli Oscar piace giacché l’Academy vive ancora nel 1934, com’è ormai chiaro da tantissime polemiche da cui è circondata. Insomma, Jay Roach ha per le mani una bomba di nome e di fatto, ma non nel senso positivo, tutt’altro.

3 pensieri su “Bombshell di nome e di fatto

  1. Per carità ben venga che se ne parli e anche tanto, però mi sembra che ci sia un po’ un eccesso di opere dedicate a questo argomento che inizia un po’ a venirmi a noia. Poi il film dall’inizio mi ha sempre dato l’idea di un’opera dal taglio un po’ “televisivo”, non so come spiegarlo, una sensazione del tutto aprioristica tra l’altro. Quindi se e quando lo vedrò, sarà proprio per il cast di tre attrici, perché non riesco a trovare altri grandi interessi. The Nightingale filmone, invece!

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    1. Il problema non è la quantità di film sul tema, se fossero tutti belli come the Nightingale sai che gioia. Io il problema ce l’ho con chi li scrive e dirige solo per arrivare agli Oscar, senza voler raccontare qualcosa di incisivo ed è il caso di Bombshell. Comunque taglio televisivo spiega bene com’è, se intendiamo come facevano i film per la Tv 20 anni fa: senza dare fastidio a nessuno, senza raccontare davvero nulla. Un po’ come le agiografie Rai, sì…

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