Trumbo

L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Jay Roach, 2015)

Il Dalton Trumbo di Bryan Cranston – di Francesca Fichera

Nel concetto di biopic rientra l’idea – o l’intenzione –  di ridare giustizia a una storia persa. Qualche volta dimenticata. Dalton Trumbo però ha resistito alla memoria del mondo, grazie alle sceneggiature che scrisse per registi del calibro di Stanley Kubrick (Spartacus) e Otto Preminger (Exodus). Ciò che si ricorda di meno è il prezzo che dovette pagare per riuscirci.

Da qui nasce L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, film biografico di Jay Roach, regista di commedie di successo come Ti presento i miei e la serie cinematografica di Austin Powers che, dopo Candidato a sorpresa, ha deciso di cimentarsi in un film seriamente politico. Lo scopo è quello di raccontare gli anni bui della censura maccartista – e, in generale, della “caccia alle streghe” di cui la storia d’America porta l’indelebile macchia – dal punto di vista degli artisti che ne furono colpiti in prima persona. Dalton Trumbo fece parte di questi in quanto membro della Hollywood Ten, una squadra di professionisti dell’industria cinematografica che la Commissione per le attività anti-americane mise al banco con l’accusa di comunismo. I dieci, Trumbo compreso, si rifiutarono in blocco di rispondere alle domande della corte, accorciando la strada fra la black list del governo e il carcere.

Per lo sceneggiatore protagonista e l’amico e collega Arlen Hird, Roach ha scelto rispettivamente i volti “televisivi” di Bryan Cranston (Breaking Bad) e Louis C. K. (Louie), del tutto all’altezza delle parti e del contesto (relativamente) nuovo. E, come nel più tradizionale dei biopic, ha lasciato che script (John McNamara) e regia ruotassero intorno al ruolo e all’interpretazione principali, facendo di entrambi la struttura portante dell’opera.

Il risultato è quello che potrebbe definirsi una ciambella che, se privata della straordinaria prova di Cranston, risposta più che affermativa ai dubbi sulla sua versatilità di attore, sarebbe senza buco. Perché a mancare è una vera e propria coralità, anche fittizia o di facciata; con l’aggravante che non vi sono segni di alcuno sforzo nella sua direzione. A parte il riuscitissimo cammeo di John Goodman, infatti, tutti gli altri personaggi secondari, dalla cattiva caricaturale di Helen Mirren (Hedda Hopper) all’innaturale figura di mogliettina anni Cinquanta di Diane Lane (Cleo Trumbo), fino alle “riproduzioni” di Kirk Douglas, Preminger e altri nomi illustri, peccano irrimediabilmente di bidimensionalità. Sembra che, nel film di Roach, l’unica persona capace di provare emozioni al di fuori dei cliché, del prevedibile, sia sempre e soltanto il Trumbo di Cranston. Ed è un vero peccato che un film intenzionato a offrire una visione d’insieme manchi proprio il suo bersaglio più importante.

Per Trumbo la tradizione del genere funge non da spinta ma da zavorra: appesantisce il gioco fra campi e controcampi (talvolta rendendolo imbarazzante, come nella brutta scena del colloquio fra Hedda Hopper e Louis B. Mayer), rallenta l’incipit (condito da titoli di testa che si sforzano di essere originali ma non lo sono), aggiunge filmati di repertorio modificati nel mal riuscito tentativo di realizzare una dimensione straniante e macchiettistica insieme. Una scelta di regia che pare imprimere al film un tono più posticcio che altro, contro il quale nulla possono neanche le poche, intelligenti uscite di alcuni dialoghi – “Sono uno sceneggiatore. Se non scrivessi merda, morirei di fame“.

Insomma, verrebbe da dire “rifatelo!“, ma un nuovo Trumbo senza Bryan Cranston è impossibile da immaginare. Lui, al di là delle buone intenzioni di fondo, ha finito con l’essere l’unica, vera ragione di questo film. Anche se non avrebbe dovuto.

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2 pensieri su “L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Jay Roach, 2015)

  1. Non concordo. Ritengo che proprio perché diretto da un regista di commedie spensierate, sia lodevole la visione nitida e chiara su chi avesse ragione e chi torto. Perché il Tempo e la Storia sono giudici implacabili. In un film come questo non penso che si possa fare altro che dire: signori miei, quello smargiassone di John Wayne che nel suo discorso parla tanto di guerra e gloria non ha mai fatto nessun tipo di guerra, un traditore come Trumbo c’era e te la descrive nella triste vicenda di Johnny.
    Reputo che il film sia riuscito quando ti fa toccare il dolore di Robinson, tradire per lavorare e cercar di giustificarsi ma vivere con il peso di quanto fatto. Credo che sia riuscito perchè in modo semplice, didascalico, diretto dica ai tanti distratti: ecco la tua grande democrazia a stelle e strisce. Reputo che sia riuscito perché descrive bene il conflitto tra padre e figlia, tra lo scrittore anche megalomane pronto a tutto pur di scrivere e l’uomo che si scopre sbagliato e debole nel dover manifestare i sentimenti verso la figliola.
    Insomma è un film notevole per me.
    Vi è da dire che lo reputo notevole anche perché. una volta tornato a casa, ho beccato rocco hunt e clementino devastare due capolavori della musica italiana, forse per quello son clemente.
    Scherzo: mi è piaciuto assai

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    1. È proprio il modo didascalico che non va giù. Le (validissime) intenzioni non bastano; idem, per me, il messaggio. Tagliare personalità ed eventi con l’accetta, al di là del purissimo e inconfutabile discorso sulla libertà di espressione e di pensiero, oltre che sulla verità storica che, come sai, condivido, a mio parere toglie più di dare, e mi fa pensare che questo regista in realtà avrebbe fatto meglio a rimanere sul suo genere. Tanti, troppi cliché, incluso lo sviluppo del rapporto con la figlia (con la solita scenetta di gelosia “perché papà mi trascura”), su cui peraltro dice molto di più il vero Trumbo nel pezzo di intervista dei titoli di coda.
      Un gran peccato, per quanto mi riguarda, veramente: Cranston è stato troppo bravo!

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