Il figlio di Saul (László Nemes, 2015)

di Victor Musetti

Quanto è difficile oggi parlare al cinema di Shoah senza rischiare di percorrere strade già battute da altri in passato? Deve esserselo chiesto senz’altro il regista ungherese László Nemes quando ha deciso di portare sullo schermo un film ambizioso come Il Figlio di Saul, suo lungometraggio d’esordio. Annunciato in pompa magna all’inaugurazione dell’ultimo Festival di Cannes dallo stesso Thierry Fremaux, presidente della manifestazione, che si sbilanciò nei suoi confronti con parole decisamente entusiastiche, oggi è dato per favorito nella corsa all’Oscar per il Miglior Film Straniero ed è diventato forse il film d’autore più visto e discusso di tutto il 2015.

La storia è piuttosto semplice. Siamo ad Auschwitz, negli ultimi giorni prima dell’arrivo dei Sovietici. Saul (Géza Röhrig) è un deportato ungherese che lavora come membro di un Sonderkommando, un gruppo di internati addetto alla pulizia delle camere a gas e allo smaltimento dei cadaveri. Mentre tra i membri della divisione comincia a instillarsi il dubbio che i prossimi ad essere uccisi saranno loro, Saul ha un solo obbettivo in testa: dare una degna sepoltura ad un bambino trovato nella camera. È convinto si tratti di suo figlio.

László Nemes, allievo di Béla Tarr, decide di costruire il suo film intorno a un’idea, piuttosto che su una storia vera e propria: quella di ricreare l’esperienza di un campo di sterminio utilizzando il punto di vista di una persona sola, così da renderne lo spettatore il più partecipe possibile. Non è quindi un film storico, didattico e men che meno ricattatorio. È un film che riporta i fatti al presente rendendoli reali. L’idea è che Saul non sia un’eroe né un uomo dalle caratteristiche migliori o peggiori di altri nella sua stessa condizione. Saul è un uomo qualunque, come tutti gli altri che si trovano con lui, depersonalizzato e talmente a contatto con la morte da non sentirne più gli effetti. L’istinto di sopravvivenza però è tutto ciò che gli resta, e con questo l’istinto di non guardarsi intorno, di non ascoltare i discorsi degli altri e di evitare il contatto visivo con altre persone. Tutto sta, insomma, nel farsi il più possibile gli affari propri.

Per rappresentare quest’idea Nemes, insieme al direttore della fotografia Mátyás Erdély e all’operatore Zoltán Lovasi, chiude il film intorno al suo personaggio, incollandogli addosso la macchina da presa, costantemente a mano, in un claustrofobico 4:3 e riducendo drasticamente la profondità di campo. Tutto ciò che sta intorno a Saul, quindi, resta per la maggior parte del tempo fuori fuoco mentre la nostra visuale rimane limitata perlopiù a parti del suo corpo, come ad esempio la nuca, le spalle o il viso. Tutto il resto non ci riguarda, non vogliamo vederlo, anche se non possiamo fare a meno di sentirlo.

In questo senso è importante far notare quanto ne Il Figlio di Saul, che perlopiù è articolato in lunghissimi e complicatissimi piani sequenza, sempre colmi di comparse e di azioni in secondo piano, la maggior parte del lavoro sia affidato al comparto sonoro. Tutto ciò che non vediamo, che accade fuori campo, è infatti estremamente reale, lo sentiamo costantemente intorno a noi, che siano grida, colluttazioni, spari dei quali è impossibile verificare la provenienza. Tutto quel che conta è girarsi dall’altra parte e camminare il più lontano possibile da qualsiasi rumore pericoloso. E noi come Saul percepiamo questo pericolo intorno a noi come reale e costante per tutta la durata del film, che vola via nei suoi 110 minuti senza lasciarci mai un attimo per prendere fiato. È un film che puo’ vedere chiunque ma che sarà oggetto di studio soprattutto nelle scuole di cinema e che certamente non è possibile esaurire in una sola visione. Sul fatto che si tratti di un capolavoro però non ci sono dubbi.

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