Color Out of Space - CineFatti

#VenerdìHorror: Color Out of Space

L’impossibile resta impossibile sotto la regia di Richard Stanley.

Vediamo le cose solo come siamo strutturati per vederle,
non possiamo cogliere l’idea della loro nuda natura.

Dall’altrove
H. P. Lovecraft

Il fascino di Lovecraft lo individuo nella mia totale inettitudine a definirlo. Minuti fa pensavo il dubbio fosse il centro della sua opera finché ho ricordato quanto sia certo nel toccare con mano l’impossibilità di raggiungere un qualsiasi livello di comprensione di sé stessi e dell’universo. Figurarsi di Lovecraft. Credo sia questa la ragione per cui il tempo lo ha consegnato alla storia adagiato fra i tentacoli dei suoi mostri. Perché li puoi vedere, sentire.

Immagino sia un importante problema filosofico individuare i contorni della percezione. Ignari quotidianamente la culliamo nel caldo abbraccio dei cinque sensi riconosciuti e ne osserviamo le variazioni leggendo Oliver Sacks oppure scopriamo con Jean-Henri Fabre l’incredibile architettura comportamentale degli insetti. Esistono mondi immensi e irraggiungibili dal nostro pensiero e Lovecraft visse l’epoca in cui l’uomo divenne infinitesimale.

Matheson in Arnold però non può fare a meno di unirlo al suo opposto: l’infinito e l’infinitesimale e questo secondo me è Lovecraft. È il positivo e la sua negazione insieme, è il tremendo labirinto in cui l’immaginazione si perde cercando a tentoni l’inimmaginabile. E come cazzo fai a costringere un concetto astratto espresso però in una narrazione completa di introduzione, sviluppo e conclusione nell’arte cinematografica? Non puoi.

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Alla fine arriva Richie

Poi arriva Richard Stanley… e nemmeno lui ci riesce. Nessuno può, basta. Chiunque abbia immaginato Lovecraft sa quanto i suoi orrori siano indefinibili e nel momento stesso in cui provi a scolpirli entri nella visione tua personale. È così che giustifico il mio ritenere Stanley un regista dal grandissimo coraggio, per aver voluto adattare uno dei racconti meno visualizzabili dell’intera opera lovecraftiana: Il colore venuto dallo spazio.

Torna un regista dall’abisso disgustoso della peggiore Hollywood con la sua versione d’un colore inesistente. Come puoi non stimare un uomo del genere? Color Out of Space vince in partenza. Coi titoli di testa ornati dalla recitazione dei primi passi del racconto di HPL sai già di voler scendere a patti con un uomo deciso a raccontarti la devozione per un autore imprescindibile e la sua storia attraverso gli orrori nascosti nel cosmo.

Qui è d’obbligo consigliarvi la lettura di Germano.

Adattaménto s. m. [der. di adattare]

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È una lezione per chiunque si domandi cosa sia un adattamento cinematografico: non è la trasposizione filologica di un testo da un medium a un altro, né il necessario inchino al presunto messaggio nascosto. Vedo un adattamento sempre e comunque come l’interpretazione di un’opera artistica. Spesso falliscono perché l’interprete non è una persona (né persone) ma un executive oppure perché senza personalità ti fai travolgere dalla sorgente.

Stanley è stato travolto abbastanza nella vita dall’aver deciso di ritirarsi dalle scene per un quarto di secolo, ma una personalità l’ha eccome e in Color Out of Space emerge senza catene. Eccetto una di nome Nicolas Cage, l’uomo grazie a cui è stato possibile tentare di immaginare un nuovo colore, perché se esiste un elemento convenzionale è la sua recitazione sempre nei confini della sua benedetta, da me amatissima, Cage Rage.

La storia per chi non la conoscesse è quella di una famiglia in una tenuta all’esterno di una città di provincia, dove una notte cade dal cielo un meteorite. Il sasso ha una peculiarità: emana un colore mai visto prima e quella distorsione nello spettro visivo con rapidità conquista lo spazio e il tempo attorno a sé mutando la natura, le cose, le persone, in forme prima impensabili, impercepibili e, appunto, semplicemente inimmaginabili.

Cage è il capofamiglia col suo allevamento di alpaca a cui aggrapparsi per superare il trauma del cancro ospitato dalla moglie Joely Richardson, libera dalla malattia, ma non dalle paure derivate. Insieme a loro un figlio affumicato (Brendan Meyer), un piccoletto ancora amorfo (Julian Hilliard già fantastico in Hill House) e l’esoterica Lavinia (Madeleine Arthur) appassionata di rituali wicca e di un libro scritto dal pazzo arabo Abdul Alhazred.

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Assorbendo gli alpaca

Alpaca? Alpaca. È un colore mostruoso sceso dallo spazio, l’assurdità di un allevamento di alpaca è l’ultima delle mie preoccupazioni, lo considero anzi uno di quegli elementi dove trovare un uomo alla regia. Stanley poteva limitarsi a trasporre parola per parola, imitare lo stile di Eggers e restituire sullo schermo una pedissequa dettatura post mortem del racconto. Sono dettagli come l’alpaca e i rituali di Lavinia le insenature dove Stanley si intrufola.

E Stanley vuole horror. Era un po’ che un film non mi metteva a disagio. Color Out of Space mi ha fatto contorcere sulla sedia, disgustato, spaventato per la mostruosità prima lasciata intendere e poi mostrata, da realizzarsi solo una volta definita a parole da Lavinia. Sentire assorbire in certi contesti è assai più terrificante che vederlo. Perché le parole hanno il potere di scatenare la nostra immaginazione, lasciarla libera d’impazzire.

In questo Stanley ha avuto successo. È terrificante vedere e sentire cosa accade ai Gardner nel corso del film, è una stretta allo stomaco invece la scelta di parole dei suoi personaggi. Così comprendi l’orrore di un corpo privato della sua solidità e la spaventosa realizzazione degli orrori trascinati dalla conoscenza, entri nella brughiera desolata o landa folgorata (scegliete le traduzioni fra Nemi D’Agostino e Giuseppe Lippi) e non ne esci più.

Il finale di pura follia sono convinto fosse l’unica via di fuga.

A me non resta che aprire la categoria ottimista su Netflix per riprendermi.

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Voto: 5/5

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