Knives Out - Cena con Delitto, CineFatti

Knives Out, Rian Johnson In

L’ascesa di Johnson all’ombra di Skywalker

Con decine di casi risolti ogni settimana in tonnellate di procedurali televisivi, riuscire a scrivere un whodunit altrettanto interessante è una sfida pari al seguire le orme di George Lucas in una galassia lontana. Rian Johnson è chiaro appartenga a una rara stirpe di coraggiosi autori USA, amante delle scommesse impossibili e astuto sceneggiatore come pochi. Knives Out è una delizia.

L’invito a cena con delitto del titolo italiano ammicca al classico della parodia scritto da Neil Simon e non manca di troppo il bersaglio: Knives Out non omaggia eccessivamente, ma attinge a piene mani da quei personaggi della letteratura gialla, Agatha Christie in primis, ed è senza ombra di dubbio una commedia, elemento distintivo in una terra di gialli oscuri.

Nulla di male nel volere un thriller a tinte fosche – se David Fincher dirigesse un Zodiac all’anno saremmo in Paradiso – tuttavia il piacere dell’indagine può e deve coincidere anche con una sporadica risata. A tanto arriva Knives Out e non mi interessa se l’innovazione è assente, se non disarciona (quasi) alcun cliché, l’entusiasmo di Rian Johnson dà assuefazione.

The Last Thrombey

Trama classica di un whodunit: il ricco capofamiglia (Christopher Plummer, 90 anni oggi!) muore in circostanze sospette nella sua magione densa dei suoi successi – e denari – scatenando una lotta per l’eredità e la caduta delle maschere di ogni membro della famiglia. E che progenie, un cast di altissimo livello con caratteristi a cui affideresti tutte e sette le vite del tuo gatto.

Novità in tal senso ne abbiamo? Non credo, serve però ad accoglierci nel caldo ventre materno del nostro immaginario originale dove anche al buio siamo capaci di rintracciare gli appigli per seguire senza troppa fatica una storia ricca di personaggi e piccoli eventi significativi.

Johnson lo sa, dissemina Knives Out di dettagli noti pre-visione e prosegue con caratterizzazioni al limite del bidimensionale per dare forma ai suoi Thrombey (Michael Shannon e Jamie Lee Curtis sono i due figli ancora in vita, Toni Collette la nuora vedova e influencer) in contrapposizione a un’altrettanto semi-2D protagonista interpretata da Ana De Armas.

Non è assai diverso il Benoit Blanc di Daniel Craig, private eye rinomato chiamato ad affiancare l’agente LaKeith Stanfield, perché in fin dei conti di Knives Out ci deve interessare l’intreccio. Il resto vale quanto un personaggio del Cluedo. Solo il grande assente nel presente (!) del nostro Plummer sempre più bravo è un uomo a tutto tondo.

Il risveglio della verità

La butto lì senza indorare la pillola: Rian Johnson è un imbecille? Spargo riferimenti a Star Wars perché il poverello da quando ha diretto The Last Jedi è diventato un intoccabile, un paria, un ratto di fogna, un’insalata nel menù del McDonald’s. Questo perché all’esercito impazzito di fan non sono andate giù le sue scelte per l’episodio VIII della nuova trilogia. Un’assurdità.

Anche allora Johnson sfoggiò la sua arguzia, talento innato e necessario quanto la sua faccia tosta per dirigere senza sbandare storie che necessitano una copertura stagna inattaccabile. Brothers Bloom e Knives Out, Looper e The Last Jedi giocano col fuoco e rischiano spesso di bruciarsi cascando nel paradosso o nel mancare di rispetto alla continuità eppure nessuno dei tre lo fa.

Eccetto Star Wars rispetto alla trilogia originale, ma dare carta bianca a un regista significa dargli carta bianca, non “sii fedele alle sacre scritture” e tanto dovrebbe bastare a uno spettatore normale. Si sa, però, quanto un fan sia alieno al concetto di normalità. Knives Out sembra però aver svolto adeguatamente la sua funzione di pacificatore col pubblico: è già a 128 milioni di dollari.

Speriamo questo basti ai fan impazziti per rinsavire e rivalutarlo.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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