Mandy - CineFatti

#VenerdìHorror: Mandy, una ballata rock per la Cage Rage

Il vero cinema visionario incontra Nicolas Cage

Mai creduto in stupidaggini come “ci sono due tipi di persone”, se non nelle apprezzate varianti ironiche, ma sono convinto esistano due tipi di film dell’anno: uno è quando viene riferito ai film da Oscar, quasi sempre un imbroglio, l’altro è quando si parla di una produzione di genere, quasi sempre veritiera. Come per Mandy.

Sia chiaro, il ritorno del visionarissimo Panos Cosmatos, figlio d’arte e persino con sangue italiano come il padre George (Cobra!), è lontano dall’essere il film dell’anno, è una dichiarazione esagerata che però non si allontana dalla verità: Mandy è una incursione pazzesca, letteralmente, nel classico revenge movie.

Ellesseddì

Andrea Riseborough e il suo caro compagno Nicolas Cage vivono un idillio goth, innamorati e coi loro rituali di coppia, ignari di essere stati presi di mira da una setta di pseudo-cristiani in contatto con il lato oscuro di Dio. Il loro messia Linus Roache – volto buono di Law and Order ognio giorno su Giallo – l’ha scelta per unirsi a lui.

Scatta il rapimento, si infligge dolore e si iniettano sostanze psicotrope senza pietà, col sostegno di quattro loschi figuri persi in una nebbia antrace salita direttamente dagli inferi, mentre a Cage non resta altro che rabbia. La rabbia con cui Cage si guadagna da vivere, la Cage Rage che gli apre le porte al cinema di seconda mano.

In cerca di un centro di gravità

Col rullo di tamburi al seguito Mandy si prospettava un film rivoluzionario, un giocattolo nuovo dall’autore di Beyond the Black Rainbow, e invece per le mani ci siamo trovati un revenge movie senza deviazioni dalla carreggiata principale. Non è Revenge di Coralie Fargeat, dove con lo stesso plot si reinventa un genere attraverso lo stile.

Cosmatos alla vendetta non aggiunge strati di letture socio-politiche l’uno sull’altro, il centro di Mandy non è una macabra satira religiosa, né uno strale lanciato contro l’ignoranza della provincia o chissà che altro: esistono un uomo e la sua megalomania per un’ora e un uomo e la sua vendetta per l’altra. Allora dove guardare?

A volte quando perdi qualcosa l’unico modo per ritrovarla è smettere di cercarla (si nota che sono al rewatch di Lost?) e lo stesso vale per la buona Mandy, un MacGuffin importante attorno a cui ruota una storia che non conta e vive di visioni, immagini, pazzia e gioco senza alcun collegamento con la realtà e l’irrealtà.

La ballata di Panos

Cage lotterà contro l’inferno e con armi degne di un B-Movie d’epoca. Lo farà persino recitando al meglio di sé la parte cucitagli addosso negli ultimi anni, peraltro di ripresa se consideriamo il divertente Mom and Dad e il dicreto Vengeance: A Love Story. Riseborough ottima, ma non speciale, Roache brillante.

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Taglio corto perché la star è Nicolas, il magnete per denari grazie a cui Mandy ha potuto farsi notare – chi dice di no a un Cage coperto di sangue? – ma il vero centro è solo lui, Cosmatos. È un osservatore incauto e per nulla curioso, mai desideroso di indagare, disgustato dal cinema degli spiegoni e affascinato dai colori velenosi.

Schizza di acido lo schermo e accende ogni gradino cromatico toccato nell’oscuro arcobaleno di Mandy, tratta come criceti in una ruota i protagonisti e presenta solo rabbia pura. Le sensazioni svuotate dalla ricerca di senso fanno il concept album di Cosmatos. In un certo senso Mandy è la versione filmica della risata del personaggio titolare riservata ai deliri di onnipotenza del santone interpretato da Roache.

Perché spiegare, voler dare un senso a un finale o una scena quando puoi raccontare una sensazione? Cosmatos ci immerge in un trip vero e proprio e alzando lo stendardo dei King Crimson e del compianto Jóhann Jóhannsson vince facile il cuore di chiunque abbia voglia di vedere un grottesco visionario all’opera.

E Nicolas Cage strillare come un pazzo.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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