Io c'è - CineFatti

Io c’è (Alessandro Aronadio, 2018)

Io c’è, Edoardo Leo pure e un po’ di ironia al sacco.

Uscendo dalla sala dopo aver visto Io c’è del buon Alessandro Aronadio (ve lo ricordate il delizioso Orecchie?) ho pensato Edoardo Leo fosse perfetto per un film sulla forza delle religioni. È calato sul cinema italiano come una sorta di benedizione… oppure una malattia, qualsiasi film a cui prende parte viene assorbito dalla sua presenza.

Attorno a lui è nato l’ideale dell’italian dream, raggiungere il successo senza sudore, col raggiro e la truffa al tremendo sistema Italia. Vivere producendo droghe legali (Smetto quando voglio), far soldi con la promessa di un porno (Che vuoi che sia), organizzare truffe mirate con Marco Giallini (Loro chi?) e ora fondare una religione.

Sgravo fiscale, che sei nei cieli

Festaiolo e irresponsabile, Massimo alla morte del padre non ereditò l’attività fruttuosa, lasciata alla sorella dalla schiena dritta Adriana (Margherita Buy), ma la gestione al 50% con lei di un bed & breakfast in pieno centro a Roma con tanto di terrazza dotata di vista panoramica sulla cupola della Basilica di San Pietro, alla Città del Vaticano.

Per l’uomo che non desidera svegliarsi ogni mattina alle 7:00am in punto la gestione del b&b il “Miracolo italiano” è l’occupazione ideale. Almeno finché lo stato italiano unito alla crisi non decidono di affondare la struttura con ondate di tasse insostenibili, tali da ridurre gli introiti a una miseria insufficiente anche a stipendiare lo staff.

A dispetto dell’insegna sotto cui opera, Massimo non crede nei miracoli e armato di un sano cinismo studia la fortunata pensione dirimpetto gestita dalle suore. Una attività esentasse grazie alle norme a favore dei luoghi di culto le suore possono permettersi furgoncini extralusso e un look da Le iene mentre assistono i più deboli.

Folgorato sulla via Tuscolana

La soluzione al suo dissesto economico è dunque dall’altro lato della piazza, il Miracolo italiano deve diventare un luogo di culto, ma cosa fare quando nessuna religione accetta l’idea di collaborare al suo Mess’e breakfast? Fondare una propria religione è l’ultima spiaggia. Nasce così il tempio fai da te dello Ionismo di Massimo.

Come apostolo è chiamato Marco (Giuseppe Battiston) il classico intellettuale di sinistra del cinema italiano, fatto al 50% d’acqua e al 50% fuffa, mentre Adriana si occupa delle questioni legali dall’alto della sua villa e famiglia “perfetta”. Sviluppi? Prevedibili, forse troppo se contiamo come il plot si basi su premesse abbastanza ingenue.

Credere in se stessi

Lo ionismo promuove un solo credo, il nostro Dio lo troviamo allo specchio e siamo noi stessi. Con un pizzico di ingenuità Io c’è la immagina come la vera soluzione a molti problemi, confida nella scoperta del miglior lato di sé come un fatto automatico e senza eccessivi preamboli avvia l’inaspettato successo dello Ionismo di Massimo.

In poche parole Io c’è altro non è che la classica storia di crescita personale studiata attraverso un tema sociale di rilievo. È esattamente quanto Edoardo Leo rappresenta da diversi anni nel cinema italiano, un insicuro uomo qualunque che si approccia alla mezza età e finalmente matura quando scopre se stesso in una falla normativa.

Leo sguazza in storie simili come un pesce farebbe nel mare, sono il suo elemento e infallibile interpreta una disanima sul valore della religione come strumento sociale, senza mai affondare artigli e denti fino in fondo nella carne della Chiesa. A loro è dedicata solo una piccola parodia nella forma delle suore dispettose.

Illuminazione a basso consumo

Non c’è alcun dubbio sulla bontà di Io c’è e sulla crescita di Aronadio come regista. Una scena sulla terrazza rappresenta fino in fondo la profondità del pozzo scavato dal Marco di Giuseppe Battiston e svela le lunghezze raggiungibili dalla fotografia di Timoty Aliprandi. È lo script troppe volte a non correre alla stessa velocità della regia.

Il pozzo è osservato da una distanza di sicurezza, si aprono sottotrame poi abbandonate,  così come spesso la fretta di arrivare al punto costringe vari sviluppi a essere rappresentati in una manciata di minuti. Il rapido doppio prologo dà solo a parole una immagine del passato di Massimo e il rapporto con Teresa (Giulia Michielin) è fumoso.

Forse non sarebbe guastata una ventina di minuti extra per correggere il tiro a Io c’è, perché altro non sembra mancare. Aronadio ha un futuro roseo davanti a sé, ormai dimostra di poter salire sempre più in alto nella piramide del cinema italiano. Voglio credere ne vedremo delle belle da parte sua, ci farebbe assai bene.

Edoardo Leo è invece la solita boccata d’aria in mezzo ai piccoli – non per dimensioni, ma ambizioni – drammi da cronaca benpensante e benaltrista dell’italietta da varietà su Canale5. È un attore capace di parlare a due generazioni e solo (D)io sa quanto ne abbiamo bisogno in un paese spaccato in due su ogni fronte possibile.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

2 pensieri su “Io c’è (Alessandro Aronadio, 2018)

  1. Leo è anche un po’ il mio idolo: ogni tanto lo prego affinché mi dia una mano per dar concretezza a molti miei progetti Un mini-ristorante in Giappone dove si cucini solo la pasta alla matriciana, una fabbrica di forchette e coltelli in cina, un locale intitolato lo Sfogatoio dove la gente per un’ora può bestemmiare e dir le cose più feroci contro capi, famigliari, e così via. Va che secondo me il buon Leo apprezzerebbe le mie idee ^_^ Scherzi a parte! Considero Leo non solo un ottimo attore, ma anche un buonissimo regista, che è cresciuto di film in film e sopratutto sono felicissimo di ritrovare il regista di quel piccolo cult, quel film eccezionale, che è orecchie. Spero che possa essere la prossima visione

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    1. Lo sfogatoio secondo me te lo ruba per farne un film, sembra nel suo stile :P Concordo in ogni caso, lui è un attore bravo anche se rischia di fossilizzarsi negli stessi ruoli, e Aronadio uno che promette bene. Orecchie era davvero carino!

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