Marlon Brando - CineFatti

Dialoghi sul cinema – Un desiderio che si chiama Marlon Brando

Marlon Brando: il corpo, l’attore, il divo.

Al grido di STELLA! la memoria risponde con un solo nome: Marlon Brando. Nato e cresciuto nelle turbolenze provinciali del Nebraska (correva l’anno 1924) arrivò alla scuola di recitazione di Stella Adler e Lee Strasberg distinguendosi grazie a una fisionomia e un carattere più unici che rari, il passe partout perfetto per spalancare tutte le porte di una Hollywood in pieno fermento.

Inutile dire che non fu e non è solo questo, come ci aiuta a comprendere meglio l’attenta analisi del sociologo e mediologo Sergio Brancato, che all’eterno selvaggio della storia del cinema ha dedicato un intero capitolo del libro La forma fluida del mondo (Ipermedium, 2010).

Leggete l’estratto che segue come la punta dell’iceberg di una lettura complessa quanto l’oggetto e il soggetto di cui si occupa, una star ma anche e prima di tutto un corpo capace di entrare nel mito diventandolo a propria volta.

Il magnetismo del selvaggio

Riverbero della propria personale biografia, il personaggio di Brando si ripete con significative variazioni nella maggior parte dei suoi primi film, da Un tram che si chiama desiderio (1951) a Fronte del porto (1954), che sanciscono le dimensioni del suo mito presso gli spettatori di tutto il mondo: sempre e comunque una figura ribelle, difficilmente assoggettabile alle convenzioni, votato a relazioni sentimentali spinte all’estremo, in cui la sessualità gioca un ruolo fondamentale.

Brando è, per l’immaginario, una macchina erotica […], un attore totale, insieme corpo e parola sottratti alle regole ma, proprio per questo, capace di spostare in avanti un intero sistema simbolico […], il polo magnetico dei film che interpreta, al cui successo contribuisce sia il suo talento che il gioco di rimandi con la propria turbolenta vita privata, ricca di relazioni ampiamente pubblicizzate sulla stampa popolare, matrimoni falliti e scandali.

Ed è al profilo fiero e severo del suo Padrino, al suo sguardo afflitto in Ultimo tango, all’orrore da lui sussurrato in Apocalypse Now, che non possiamo fare a meno di restare attaccati, come satelliti intorno a una stella mai abbastanza lontana.

Francesca Fichera

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