Ready Player One - CineFatti

Ready Player One: Steven Spielberg³

La realtà e altre illusioni nel Ready Player One dell’immortale Spielby.

Sussurrate vintage in un’aula colma di studenti di marketing, potreste ottenere reazioni convulse e bava alla bocca. La nostalgia vende e cinema e televisione è da diverso tempo che vivono di un ritorno di fiamma nei confronti degli anni Ottanta, scontato quando registi cresciuti in quell’epoca conquistano posizioni di rilievo nel mercato.

Gli schermi oggi sono saturi della Eighties mania, omaggi e citazioni vagano tra i media audiovisivi come bulli incontrastati, ma cosa accade se a prenderne il controllo è l’uomo da cui è nata questa cultura? Idealmente Steven Spielberg chiude la porta in faccia al dilagare degli Eighties con una trama degna del decennio successivo, i Nineties.

Ready Player One è un romanzo del 2011 scritto da Ernest Cline, un pozzo di citazioni a qualsiasi cosa un nerd d’altri tempi poteva essere legato. Il cinema con Spielberg alla guida replica quella fascinazione ma al contrario della pura avventura di un The Last Starfighter declina il gioco in un conflitto aperto tra realtà e virtuale.

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Anno 2045 – La corsa per l’easter egg

Nel 2045 varie catastrofi modellano il mondo e in città come Columbus, Ohio, si vive in roulotte accatastate l’una sull’altra, all’ombra della Gregarious Game fondata da Ogden Morrow (Simon Pegg) e James Halliday (Mark Rylance), ideatori della più grande “risorsa economica del pianeta” ovvero il gioco in realtà virtuale OASIS.

Si tratta di una piattaforma d’accesso a qualsiasi cosa si voglia fare o desideri essere. Scegli il tuo avatar e vivi attraverso il suo corpo avventure terrificanti o scalare il monte Everest in compagnia di Batman, ma con la morte del solitario Halliday a OASIS è scattato un nuovo gioco ed è caccia aperta all’Easter Egg inserito dal guru.

Chiunque lo trovi erediterà le azioni della Gregarious di Halliday e avrà diritto di vita e di morte sull’intera piattaforma di OASIS. Un premio ambito a cui partecipa chiunque, dalla azienda concorrente IOI guidata da Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn) al giovane Parzival di Wade Watts (Tye Sheridan) insieme alla sua cerchia di amici.

 

Un film per ragazzi (cresciuti)

La corsa all’easter egg sarà presto concreta e chiunque in ogni dove nelle settimane a venire, persino la rana del cugino che non avete, indicherà quell’oscuro riferimento colto fresco di rugiada solo dal suo occhio di falco. Ready Player One vomita citazioni a ogni secondo. L’unico per cui gioirò qui, insieme al Bollalmanacco, è Buckaroo Banzai.

Ma sono riferimenti le nuove generazioni potranno comprendere spesso attraverso digestioni altrui perché il target non è neanche tanto il sottoscritto quanto chi gli anni Ottanta se li è girati in lungo in largo come un protagonista di Stranger Things. Insomma, la versione adulta di Dustin è lo spettatore ideale.

Il pubblico reale è invece quello contemporaneo che l’aggettivo a cui l’ho collegato ancora non riesce a mandarlo giù per ciò che davvero rappresenta nella nostra epoca dominata dalle tecnologie di comunicazione e dai mondi virtuali di  Facebook e Twitter, Tumblr e Pinterest, Google e Bing, Twitch Tv e Netflix, MOBA e MMORPG.

Virtuality killed the reality star

La retorica di Ready Player One è infatti una a cui ci stiamo abituando dagli anni Novanta per colpa di opinionisti dell’ultima ora e altre creature affatto fantastistiche le cui parole lavorano per inculcarci l’idea che reale e virtuale siano due cose distinte e separate. Eppure sappiamo bene quanto non sia così, le due rette si incontrano.

Nel mondo di Ready Player One il gioco è solo una fuga dalla realtà e la storia, scritta dallo stesso Cline insieme a Zak Penn, è un continuo richiamo alla severità nei confronti di chi vive esclusivamente nell’illusione dove le persone si innamorano di cio che vogliono essere e non di ciò che sono. Non sono l’uomo-pesce di Guillermone.

È il solo e unico difetto che ho trovato nell’ultimo film di Spielberg, la morale su realtà e virtuale da cui dovremmo affrancarci una volta e per tutte e riconoscere alla seconda buona parte delle caratteristiche appartenenti alla prima. Ma volendo andare oltre il messaggio di fondo cosa abbiamo in Ready Player One di cinematografico?

Avventura di primo taglio

Ogni sequenza nella OASIS è perfetta. Al di fuori sembra di essere all’esterno di quel congresso di futurologia deprimente disegnato da Ari Folman, dentro vi è invece ogni singolo minuto di esperienza maturata con Le avventure di Tintin o con Il GGG di qualche annetto fa. È azione e avventura pura dove puro è sinonimo di Spielberg.

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Sembra non essere passato un minuto dai suoi esordi nel blockbuster. Quando si tratta di girare dei blocchi di azione Spielberg organizza la scena in un montaggio serrato dove a prendere il volante dentro il movimento è la motivazione. È dunque un salto dal nostro protagonista alla situazione generale in una serie di anticipazioni ben giostrate.

La gara automobilistica mostra i suoi segreti prima dell’arrivo di Parzival nell’azione, mentre la scena f a n t a s t i c a dedicata a un certo film horror, a cui noi di CineFatti siamo affezionati per varie ragioni, gioca proprio sulla nostra conoscenza enciclopedica degli eventi rappresentati senza essere irrispettoso nei confronti di chi non lo ha visto.

Il mito del cinema interattivo

Francis Ford Coppola e gli indiani hanno provato a realizzare cinema interattivo e YouTube ha realizzato qualcosa di simile con degli spot in passato, ma la vera interattività nella sala cinematografica può essere solo la partecipazione al gioco.  Spielberg questo lo sa, tutti scappano e dunque via di reazioni umaneprevedibili.

È impossibile con le moderne tecnologie avere un cinema davvero interattivo, ma Spielberg ci va molto vicino e così facendo, come suo solito, crea un’azione coinvolgente con un secondo fine. Commovente potrei dire, almeno è stata la mia reazione alla seconda visione al cinema di Ready Player One ed è un sentito e dolce grazie.

A chi se non alle persone sedute sulle poltrone a guardarsi il suo film. Al pubblico da anni al suo fianco. Agli spettatori cresciuti scrittori e creativi col sogno di omaggiare la cultura pop dandole il rilievo a cui con umiltà all’epoca non ambiva e oggi invece possiede. Il futuro come in Ready Player One potrebbe persino darle il potere.

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Le letture che verranno

Siamo al secondo giorno in sala e dunque per evitare spoiler non andrò oltre lo step fatto sinora, sono convinto si tratti di un film da godersi al massimo delle possibilità, ma allo stesso tempo so arriveranno letture di qualsiasi tipo così come ogni simbolo sarà decifrato. Ma adesso è il momento del grazie e di un film con cui divertirsi e basta.

Anche tollerando quell’indugiare in certe situazioni sul finale. Tuttavia sono costretto ad ammettere Ready Player One non sarebbe stato un buon addio agli anni Ottanta senza la conclusione scritta da Cline e Penn. Sono persino costretto a riconoscere a Sheridan e alla sua co-protagonista Olivia Cooke/Art3mis un talento che non avevo visto.

Il mio unico rimpianto? Sono un fan del 3D ben usato e non averlo visto ancora con gli occhialini è un gran dispiacere. Ma ehi, è un film che risveglia il nerd in tutti noi, dunque chi mi impedisce di tornare per la terza volta in sala a vederlo in IMAX o in 3D? A essere onesto, lo farei se il cinema non mi chiamasse a vedere anche altre bellezze.

O rivedere Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione. Che poi in inglese era l’ottava, perché in Italia la dimezzammo?

Mistero della fede.

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Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

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