Un sogno chiamato Florida - Cinefatti

Il resort di carta, ovvero Un sogno chiamato Florida

Tutti i colori della contraddizione in un sogno chiamato Florida.

Fette d’America che fanno male, adulti sperduti come i loro bimbi – ma spesso più assennati degli adulti – case dalle macerie colorate, piccoli nuclei familiari che sopravvivono al ritmo di una vita vuota e assolata, tentano di addolcire l’amaro in un mondo di cartelli colorati a lettere cubitali, negozi dalle offerte e pietanze accattivanti. Un anestetico dalla durata breve e istantanea. Un sogno chiamato Florida o The Florida Project, che porta la regia fotografica di Sean Baker.

Una piccola rivoluzione

Moonee/Brooklynn Prince è una bambina vispa e sveglia, che ha imparato a vivere per strada. Per sua fortuna trasforma le ristrettezze della sua condizione socio-economica e le mancanze di una madre svogliata/Bria Vinaite, guardando alla realtà come se fosse un regno tutto da scoprire.

Il suo castello si chiama Magic Castel, un motel rosa dove alcuni decidono di trascorrere le vacanze estive, altri ancora invece hanno deciso di viverci pagando l’affitto al responsabile Bobby/Willem Dafoe che vigila su tutto e tutti.

Halley, la madre di Moonee, non sembra preoccuparsi troppo dei divertimenti abbastanza sconsiderati della figlia che spesso arreca disordini al motel. Nemmeno quando giocando finisce per incendiare un condominio abbandonato, si rende conto della gravità della situazione.

È curioso anzi che la piccola maturi la consapevolezza di sentirsi in colpa e la madre quasi si diverta dell’accaduto, che crea scompiglio e movimento in un luogo dove tutto sembra fermo e immobile.

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Da luogo a non-luogo

Ci sono dei luoghi, che vengono chiamati non-luoghi. In realtà quando si usa la parola luogo, si tende a farlo pensando già a una familiarità, a uno spazio a cui associamo un legame il più delle volte affettivo. Magari è il posto dove ci ritroviamo con gli amici, dove andiamo solitamente a mangiare o scrivere, in ogni caso è uno spazio nel quale avviene il riconoscimento della nostra identità sociale e culturale.

Un non luogo invece è un aeroporto, oppure un centro commerciale, ma lo è anche un parco divertimenti. Come il Disney World e similari sparsi per il mondo. Eppure in un non-luogo di questo tipo sono raccolti i sogni, le speranze e i desideri di chi abbandonato a se stesso, non abbastanza temerario da affrontare a muso duro la vita, o magari ritrovatosi a vivere un’esistenza fuori tempo, ha bisogno di rifugiarsi in quei non-luoghi. Per sopperire ai bisogni e sogni che la vita reale, ripudiata e logora, non riesce a realizzare.

Allora un luogo potenzialmente destinato a essere invece un posto nel quale poter accogliere e far incontrare bambini, offrire distacco e riposo dalla frenesia, enfatizzando le bellezze naturali dell’ambiente e il contatto umano, preferisce trasformarsi in un non-luogo.

Un polo di transito che attrae a sé altri fantocci di carta che promettono divertimenti e distrazioni a poco prezzo, dove ognuno deve fare vita a sé, incapace di riconoscere, se non ricordare, il senso del vivere in comunità.

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Tutti i colori della contraddizione

The Florida Project nel suo titolo sembrerebbe alludere a una scommessa, a un progetto da realizzare, magari un sogno a cui dare fattezze reali. Invece nel perfetto contrasto dei colori pop e pastellati che decorano the other side della Florida, con i suoi quartieri poveri e abbandonati a se stessi, in netto contrasto con lo sfarzo e le meraviglie del resort Disney a pochi passi, è la fotografia di un’ennesima contraddizione di una realtà: quella del falso benessere. E l’America purtroppo di fotografie di questo tipo ne è piena.

Neppure la fantasia, la vivacità, pur se fuori controllo, dei bambini basta a salvarli da un ambiente senza volto e senza speranza, di cui purtroppo tutti sono vittime, rassegnati e abbandonati al caos. Ciò che colpisce è come in questo mondo fasullo e caramellato Baker mantenga la giusta distanza, e non abbia pietà per nessuno.

Mentre ci offre delle scene dolcissime tra Moonie e sua madre, che quasi ci fanno propendere per una benevolenza nei confronti della genitrice, non riusciamo a perdonarle l’irresponsabilità giovanile – anzi quasi la detestiamo – con cui nonostante le scosse e gli avvertimenti la donna dimentichi la responsabilità a cui il suo ruolo la lega.

Il finale poi è una scena ricca di poesia, che ci ricorda tanto la lezione incancellabile del nostro neorealismo. E da solo vale tutto il film.

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                                                                                                                                                               Valentina Esposito

Voto: 4/5

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