A Ghost Story - CineFatti

A Ghost Story (David Lowery, 2017)

A Ghost Story is the story of us all.

Si arriva sempre tardi a scovare tesori come A Ghost Story, il film di David Lowery inserito dalla critica fra le migliori uscite del 2017. Nel mio caso il ritardo è stato doppio, e me ne scuso – non me ne vogliate – in primis con me stessa. Perché? Perché questo autentico gioiello è il romanzo breve che avrei voluto scrivere.

Una casa, una coppia: così comincia. Lui (Casey Affleck) e lei (Rooney Mara) stanno stretti l’uno all’altra sul divano. Parlano, ridono, mentre sulle loro teste danza la luce di un presagio. Che poi è ciò a cui si potrebbe ridurre A Ghost Storyuna storia di presagio e circolarità.

Questi fantasmi

La morte sta al centro del cerchio e insieme ai suoi margini, il punto di partenza, di arrivo e di vista. Interno ed esterno, tenero e surreale, come la goffa e familiare figura di fantasma col lenzuolo, presa in prestito dall’immaginazione dei bambini, che si staglia e trascina contro i vellutati cieli d’America (fotografia di Andrew Droz Palermo).

E viaggia, la sagoma viaggia, nello spazio e soprattutto nel tempo, compiendo una fluttuazione infinita, un eterno ritorno nella casa che poco a poco smetterà di essere sua proprio perché lo è sempre stata.

A netta distanza dalla retorica che sembra suggerire, il racconto di Lowery svela una natura di enigma a più facce e livelli su cui imprimere il senso del lutto dalla prospettiva di chi scompare: se sono i morti a dover superare la perdita, la distanza rispetto ai vivi resta nient’altro che una questione fisiologica.

Senza parole

Non v’è angolo di A Ghost Story che sia esentato dal contenere indizi, per cui aguzzare i sensi sui particolari in scena – a cominciare dagli scarni e rarissimi dialoghi – ha più senso qui che altrove.

Il silenzio del dramma, fluido come l’incedere del suo candido protagonista, ha da interrompersi quel tanto che basta per consentire a chi vi assiste di raccoglierne i tasselli e ricomporli; forse perfino per creare un link non casuale al meno noto Bergman di Verso la gioia e al suo inno senza tempo.

Se anche fosse, l’opera di David Lowery non perderebbe comunque la propria carica innovativa di pamphlet quasi mimato sullo stare al mondo. Un pamphlet tanto privo di parole quanto ricco di simboli, ma che non riesco a immaginare con un finale (e un principio) migliore di quello che è stato scritto.

Francesca Fichera

Voto: 4.5/5

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