Ghost in the Shell - CineFatti

Ghost in the Shell: più contro che pro

Un perenne tuffo nel passato per il ritorno di Ghost in the Shell.

I pregiudizi si nutrono di luce. Spenta quella e acceso lo schermo è una tabula rasa su cui si spera non torneranno a presentarsi i dubbi e le paure su un nuovo film. Con Ghost in the Shell è accaduto il peggio, timori e polemiche son riemersi tutti insieme.

Ho sofferto durante la visione dell’adattamento USA di Rupert Sanders, molto. Speravo in una produzione originale sulla base di un testo macinato a più non posso anche dal cinema statunitense (ricordiamo l’influenza avuta su Matrix), ma niente da fare.

C’è stato così tanto a infastidirmi da portarmi all’idea di fare un lungo elenco di tutto ciò che ho odiato del film, ma voglio essere gentile e riprogrammare la mia testa, giacché siamo in tema, per cercare di evidenziare anche dei giustissimi elementi positivi.

Le variazioni di Bourne

È ovvio, un adattamento implica delle modifiche per rendere un prodotto consono a un nuovo pubblico, dunque era da inguaribili idealisti sperare che Ghost in the Shell potesse omaggiare i cerebrali film di Mamoru Oshii o i manga di Masamune Shirow.

Ma che avrebbe proposto la storia di Mira Killian/Scarlett Johansson, cyborg con solo il cervello organico, nella stessa identica chiave con cui Jason Bourne brama informazioni sulla sua identità dal lontano 2002, non me lo aspettavo né ce lo meritavamo.

Un salto indietro privo di alcuna originalità che peraltro verso il finale offre il giusto appiglio a tutte le polemiche sul whitewashing: era necessario motivare il casting della Johansson? No. Come dicevano un tempo, excusatio non petita, accusatio manifesta.

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Kurt and Bart

Ignoravo la loro esistenza pur avendo già apprezzato il loro lavoro come costumisti per l’ultimo Hunger Games. Ora mi sarà difficile dimenticarli, sarà anche per il nome d’arte che aiuta a fissarli nella memoria, con Ghost in the Shell emergeranno inevitabilmente.

I costumi sono uno degli elementi più interessanti di tutto il film di Rupert Sanders, con un’ispirazione diretta a Blade Runner e alle opere stesse di Oshii. Riportare in live action gli abiti disegnati nei film animati è un’impresa complicata da cui escono vincitori.

Fissate lo sguardo sui co-protagonisti, Scarlett porta per lo più il marchio WETA, da Batou/Pilou Asbæk (con la Johansson aveva già lavorato in Lucy) alla dr.sa Ouélet/Juliette Binoche, sembra indossino strati su strati di evoluzione nel design.

Shot for Shot

Ci dimentichiamo spesso come l’immagine sia la vera regina nel cinema ed è giusto che Rupert Sanders abbia voluto ispirarsi all’aspetto grafico del primo Ghost in the Shell del 1995, ma sembra essersi dimenticato che le immagini portano dei contenuti.

Il tentativo di replicare alcuni frame come fosse uno shot for shot ha portato Sanders a inserire delle sequenze identiche al film originale senza però preoccuparsi di legarle al resto del film, dando l’impressione di mostrare istanti rubati altrove, fuori dal tempo.

Questa sensazione è difficile scrollarsela di dosso, in più tratti Ghost in the Shell galleggia nella gloria di Oshii, di rado colpendo lo spettatore vergine. Chi al contrario l’esperienza l’ha già vissuta cadrà vittima di una serie di déjà-vù che spezzano il ritmo.

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WETA for President

Il costume della Johansson lo ricorderemo per un motivo innanzitutto, ma se proviamo a concentrarci anche sull’aspetto narrativo è straordinario: un abito che lavora come una seconda pelle, wearable technology nel senso stretto del termine.

Magnifiche anche le robo-geishe (nessuna citazione a Iguchi, tranquilli), curate fin nel dettaglio, e il fine lavoro di prosthetics sui personaggi secondari e le comparse. Una particolare nota di merito va agli Yakuza del club notturno. La mascella, magnifica.

Spettacolare anche il costume di Kuze/Michael Pitt, un Burattinaio con un background tutto nuovo. Un’originale patchwork capace di trasmettere forza, dolore e una storia biologica perduta di cui si cerca di mantenere e allo stesso tempo perdere le tracce.

Fantascienza stagionata

Per tutta la durata di Ghost in the Shell mi sono sentito proiettato in quei bellissimi fan movie pubblicati su YouTube in cui si cerca di immaginare una versione live action dei cult dell’animazione. Sanders mi ha fatto percepire questo livello di ambizione.

Non c’è stata nessuna evoluzione nel design complessivo del futuro urbano di Ghost in the Shell, il fantasma di Blade Runner è sempre lì e a parte la tridimensionalità di novità non ve ne sono neanche a pagarle fior di quattrini sul mercato nero.

Oltre al plot ispirato al filone di cui Jason Bourne è l’esponente principale anche gli elementi sci-fi sanno di vecchio. Tematiche riproposte all’infinito e strumenti di visualizzazione del futuro ormai digeriti da decenni. E questo è forse il peggior difetto.

Casting da urlo

Attenzione, da urlo perché viene da strapparsi i capelli. Non avevo nulla contro Scarlett Johansson finché la trama non ha dato tutte le ragioni possibili per parlare di whitewashing e già questo porta inevitabilmente a un dispiacere di fondo.

Sono i secondari però a far cascare le braccia. Takeshi Kitano che recita in giapponese sembra essere più un’esca che un ingaggio sensato, era più utile in Johnny Mnemonic. Mai stato un grande attore se non in determinati ruoli, qui era davvero poco adatto.

Tutti gli altri? Già, tutti gli altri, eccetto Pitt sotto il CGI e tanto lavoro di prosthetics e make-up non vi sono attori degni di nota, dai buoni ai cattivi è una sequela di inutili comprimari. Forse Gabriel, il bassett hound “assunto” per omaggiare Oshii.

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Fausto Vernazzani

Voto: 2/5

2 pensieri su “Ghost in the Shell: più contro che pro

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