Moby Dick

Moby Dick, la balena bianca (John Huston, 1956)

Verrà la morte e avrà gli occhi di Moby Dick.

L’Ahab di Gregory Peck si inabissa senza premi: meglio così, ci dicono le fonti, perché la star di Vacanze romane non ha mai amato riguardarsi nel Moby Dick di John Huston. Eppure il suo è stato un ruolo altisonante, iconico, più che degno della portata dell’adattamento hollywoodiano del romanzo di Herman Melville sceneggiato da Ray Bradbury.

Ma Peck comunque ci è arrivato come seconda scelta, il che in parte aiuterebbe a giustificare il suo atteggiamento ostile nei confronti della terza trasposizione cinematografica del grande classico melvilliano. Una trasposizione costellata di screzi e di sventure, quasi a voler ribadire l’idea di mano invisibile del Fato anche al di là della cornice narrativa.

Resta il fatto che il grande Huston ha davvero saputo (ri)portare il vecchio Pequod tra i flutti – e con davvero s’intende letteralmente, fatta eccezione per le scene più difficili. Nonostante il trucco messo a dura prova dagli spruzzi d’acqua e lo strano becco spalancato della balena bianca, la storia di Melville rivive al punto da far dimenticare che è (più o meno) tutta finzione.

Nei fluidi passaggi dai primi piani ai dettagli e dai totali ai campi lunghi prende forma una regia forte della sua stessa capacità mimetica. Lo stile narrativo scompare quel tanto che basta a dare rilievo ai fatti narrati, in un virtuoso scambio reciproco, una sintesi perfetta.

Il popolo del mare e la storia di un’ossessione

Come la montagna di neve emerge dalle onde, così rinasce a nuova vita la splendida metafora letteraria della lotta – assolutamente impari – fra l’uomo e l’ineffabile; un ineffabile che è dentro e fuori di lui, nella forma di cielo terso, mare impassibile o montante follia.

Sprizza dagli occhi dei personaggi: gli sguardi delle anziane madri ferme al porto, di Starbuck (Leo Genn) Stubb (Harry Andrews) Ismaele (Richard Basehart) e gli altri marinai, ma specialmente di lui, il mitico Capitano che non dorme ma muore fra le pieghe di un destino già scritto. Su cui Huston fa piovere il giusto ed eterno silenzio del mare per rendere indimenticabile la sua voce.

Francesca Fichera

Voto: 4.5/5

2 pensieri su “Moby Dick, la balena bianca (John Huston, 1956)

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