Rogue One: A Star Wars Story - CineFatti

Rogue One: A Star Wars Story (Gareth Edwards, 2016)

Gareth Edwards in Rogue One riporta l’equilibrio nella forza e nelle opinioni dei fan.

Non l’avremmo mai detto, Gareth Edwards ci deluse col suo primo blockbuster Godzilla dopo lo stupendo Monsters, ma ora è proprio lui l’uomo delle leggende: con Rogue One: A Star Wars Story ha riportato l’equilibrio, difficilmente ci saranno le divisioni apertesi con l’Episodio VII di Abrams.

Dopo un grande ritorno che per stessa ammissione degli autori riprendeva a piene mani dal primo film del 1977, con Rogue One rientriamo in toto nelle atmosfere della trilogia “originale” e non solo perché lo sono a tutti gli effetti (scenografie, personaggi, costumi, ecc.), lo facciamo col senso del rischio.

L’alba della Morte Nera

Jyn Erso/Felicity Jones è la figlia di Galen/Mads Mikkelsen, ingegnere rapito dal Direttore Krennic/Ben Mendelsohn per la costruzione dell’arma definitiva, la Morte Nera, a sua volta catturata dall’Alleanza Ribelle rappresentata dal Capitano Cassian Andor/Diego Luna e dal droide K-2S0/Alan Tudyk.

La missione è trovare un pilota imperiale, il disertore Bodhi Rook/Riz Ahmed, inviato da Galen all’estremista ribelle Saw Gerrera/Forest Whitaker con informazioni sensibili su come distruggere la nuova arma con cui l’Impero si propone di cancellare interi pianeti.

Nel corso dell’operazione scritta dagli sceneggiatori Chris Weitz e Tony Gilroy, si uniranno alla banda anche degli ex difensori di un tempio sacro degli Jedi, il fedele alla via della Forza Chirrut Îmwe/Donnie Yen e il suo amico dotato di armi pesanti Baze Malbus/Jiang Wen.

Appassionarsi al rischio

Rogue One rende percepibile il pericolo dietro l’angolo, sapere come la storia andrà a finire – o almeno chiunque abbia (stra)visto Una nuova speranza sa bene quale sarà la conclusione – aiuta a costruire una tensione costante per dei personaggi sottili, ma ben costruiti e interpretati.

Facile immedesimarsi in ognuno di loro, dalla reticente, ma determinata Jyn alle ferite di guerra di Cassian, passando per l’incrollabile fede nella Forza di Chirrut e l’ironia bruciante dell’androide dalle fattezze “miyazakiane” K-2S0 (niente, in Star Wars son sempre loro la spalla comica). Si vive l’avventura con passione.

La guerra in Guerre Stellari

Ma l’aspetto migliore è quello che ogni spettatore avrà notato, Rogue One è forse il secondo Star Wars in cui la parola WARS assume davvero il suo significato. Dopo Il ritorno dello Jedi vediamo una vera battaglia e stavolta ci è data con tutti i crismi negativi portati da una guerra.

Dover commettere atrocità in nome di un ideale, correre contro il nemico consapevole della morte in attesa per portare a termine una missione. Rogue One, lo abbiamo visto tutti: ha riaperto nella memoria il ricordo di Black Hawk Down e soprattutto dell’inizio e della fine di Salvate il soldato Ryan.

Edwards la battaglia la dirige con la sensibilità dei war movie contemporanei, sporca e orribile, e con lo sguardo della trilogia originale, identico, quando si tratta di osservarla dal punto di vista dei piloti. È un miscuglio tra il passato e il presente che lascia felicemente spiazzati.

I pro e contro dei Rogue

La bellezza della guerra su Scarif non deve però oscurare tanti altri elementi positivi, su tutti la splendida recitazione di Whitaker – averlo visto in lingua originale è stata una grande fortuna – o l’aver integrato con gran dovizia la maestria nelle arti marziali di un gigante come Donnie Yen (un Jedi senza spada laser).

Lo stesso vale per i difetti, grandissimi, come l’aver voluto a tutti i costi “resuscitare” Peter Cushing con un CGI purtroppo ancora incapace di ricostruire in modo credibile i morti. Ma le domande sono: era necessario averlo così presente? Non bastava uno sguardo rapido? Perché non lasciamo ai morti il loro riposo?

È questo voler a tutti i costi connettersi a Una nuova speranza a creare dei danni a Rogue One, dove il fanservice si manifesta con numeri inferiori a Il risveglio della forza ma in modo pesante pur non essendo necessario: il film di Edwards è la reincarnazione delle Guerre Stellari originali, è superfluo voler sottolineare così tanto i legami.

Per fortuna non basta a schiacciare l’ottimo lavoro svolto da Edwards e dalla sua troupe (film del genere hanno sempre frotte di assistenti con le mani in pasta, lo stesso Gilroy pare abbia girato molti dei reshoot) e Michael Giacchino, diciamocelo, non ha sfigurato affatto nel mondo di John Williams.

Ora è inutile andare oltre, potremmo analizzare il successo di Rogue One attribuendolo alla sua natura antologica contro la necessità di un franchise che ha abbattuto Il risveglio della forza, ma è presto, c’è ancora tanto Star Wars da vedere fino al 2020. Attendiamo in silenzio, sicuri che in un film trasparente come Rogue One tutti noi abbiamo visto gli stessi pregi e gli stessi difetti.

di Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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