Il più grande sogno (Michele Vannucci, 2016)

Il più grande sogno, l’esordio di Michele Vannucci che mischia realtà e finzione – di Victor Musetti

In concorso nella sezione Orizzonti a Venezia, Il più grande sogno è l’esordio al lungometraggio del giovanissimo Michele Vannucci, tratto dal suo stesso cortometraggio “Una storia normale” del 2015 e ambientato in uno dei quartieri più poveri della periferia romana, La Rustica.

Mirko è un ex carcerato appena tornato da Regina Coeli. Ha una moglie e due figlie che non vede mai per via dei suoi problemi con la legge. Nella sua zona è rispettato e temuto da tutti, ma quando viene eletto presidente del comitato di quartiere trova un’occasione per riscattarsi iniziando a fare del bene.

Alessandro Borghi interpreta Boccione, il suo migliore amico che lo aiuta nella folle impresa di riportare ad un lavoro normale persone senza speranza, ex carcerati, mezzi delinquenti e spacciatori.

La storia raccontata è liberamente ispirata alla vita di Mirko Frezza, che qui interpreta il ruolo di sé stesso, un po’ come accadeva in un altro grande film presentato sempre in Orizzonti l’anno passato, Tempête di Samuel Collardey.

Fra realtà e finzione

Frezza è l’anima e il corpo del film, complice soprattutto la sua enorme stazza fisica che lo rende una sorta di vichingo urbano. Ed è impossibile non rimanere immediatamente affascinati dal suo personaggio e dal suo volto così vissuto e colmo di sofferenza.

Michele Vannucci si inserisce in quel nuovo filone di cinema neorealista molto diffuso in Francia, che mischia documentario e finzione facendo recitare i protagonisti stessi delle vicende raccontate. C’è grande affinità infatti tra il suo lavoro e quello del Jean-Charles Hue di Manges tes morts e La BM du seigneur, seppur con risultati diversi.

Vannucci si inserisce in una realtà esistente, ci vive a stretto contatto e poi la rimette in scena con i mezzi del cinema di fiction, coinvolgendo in prima persona i personaggi che ne fanno parte, non disdegnando anche un linguaggio pop estremamente efficace e accattivante, con ampio utilizzo di musiche e montaggio da videoclip.

Il film soffre un po’ una durata forse eccessiva per ciò che vuole raccontare e un terzo atto piuttosto confusionario che allenta moltissimo la tensione creata nella prima parte. Ma resta un successo produttivo e registico assolutamente unico nel cinema italiano di oggi. Da vedere e sostenere.

 

 

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