Daredevil - CineFatti

Daredevil: buona la prima!

La seconda stagione di Daredevil secondo Francesca Fichera.

Daredevil era finito fra le nostre “serie tv del cuore” del 2015 grazie a una roboante prima stagione. Lo scorso 18 marzo, Netflix Italia ha incollato i suoi tele-web-spettatori allo schermo caricando in un sol colpo tutti i nuovi episodi dello show targato Marvel, fra i più attesi e chiacchierati dell’anno. Ed è di questo secondo capitolo che andremo a parlare oggi.

Il discorso riprende lì dov’era stato interrotto, fra i palazzoni e le strade sporche di Hell’s Kitchen, a New York. Wilson Fisk (un Vincent d’Onofrio che fa tremare) è in carcere, la sua lady in esilio; si direbbe una tregua. E invece no.

Cosche criminali, vissute fino ad ora sullo sfondo, prendono accordi per guadagnarsi il centro. Ma un’anonima furia omicida le travolge, sgominandole una dopo l’altra. Qualcosa con cui il supereroe cieco – interpretato da un Charlie Cox ormai sempre più addentro alla parte – dovrà per forza fare i conti, nonostante la sua voglia di vivere una vita normale, tranquilla e costellata di affetti.

Come nella precedente, la seconda stagione di Daredevil comincia in sordina, con una prima puntata impegnata, da un lato, a ristabilire lo scenario e, dall’altro, a convogliare l’attenzione degli spettatori – soprattutto, si direbbe, i più affezionati – tanto verso i personaggi “vecchi” che nei confronti di quelli nuovi. Cosa che la Season 2 ha in gran quantità, a cominciare dall’eccezionale Punitore di Jon Bernthal, una delle vere ragioni di esistere del nuovo capitolo (perdersi un solo secondo della sua voce roca sarebbe criminale), fino all’annunciata presenza femminile di Elektra, con le affascinanti fattezze di Elodie Yung.

Rispetto all’inarrestabile crescendo della prima, questa seconda battuta si distingue optando per la strategia dei colpi di scena, rapidi e sequenziali come proiettili sputati da una mitragliatrice; quasi sfiancanti, se non confusionari, quando arriva il momento di trarre le dovute conclusioni. E c’è di più: se il conflitto, presente in tutte le storie degne di definirsi tali, aveva precedentemente assunto la forma del duello tra Fisk e Daredevil, cioè di una più “tradizionale” contrapposizione fra Male e Bene, qui e ora i contorni della sfida sono definibili quanto la natura delle parti in gioco: chi è cattivo, chi è buono? Cosa dovrà accadere perché i due lati si mescolino, scoprendo lo yin e yang che dorme? E quante persone sono realmente coinvolte, e in che modo?

Daredevil non rinuncia certo a stilizzare, ad accentuare i caratteri, quando si trova a scolpire i personaggi dalla superficie narrativa (al contrario della più apprezzabile, almeno sotto questo punto di vista, Jessica Jones), eppure dimostra, nel contempo, di saper rappresentare il sentimento post-human che impregna le fondamenta della nostra attualità, della crisi dell’individuo che stiamo attraversando – o da cui, per innumerevoli ragioni, potremmo dire di essere già usciti. La conflittualità granitica della prima stagione diventa perciò multiforme, fluida, diffondendosi, come un virus, dentro e fuori. E non parliamo solamente di quella violenza che pure, e ancora, abbonda: mai come in questa fase della narrazione, l’incontro-scontro avviene entro l’orbita dell’amore, che è sempre a un passo dall’essere realizzato (fangirl di tutto il mondo, unitevi!) ma non per questo – e sono anche i fumetti ad insegnarcelo – risulta meno appassionante e passionale.

D’altro canto però, non facciamo che nominare i pregi di una serie tv che, a conti fatti, e anche mettendo da parte il paragone con il suo strabiliante esordio, sa drogare fino allo stordimento. Un bene? Non del tutto, considerando che la bravura degli interpreti è direttamente proporzionale alla fretta con la quale sono state archiviate o “congelate” le storyline da loro portate avanti sullo schermo, per cui vendette del peso di decine di anni e diversi kg di tritolo hanno potuto estinguere la loro sete grazie a una fotografia appesa al muro e un breve colpo alla nuca (se non avete ancora visto, capirete poi). E forse anche un paio di baci al rallentatore in meno (vedi Kinbaku, 2×05, per la regia di Floria Sigismondi) avrebbero fatto guadagnare, quanto meno, in eleganza.

Ma tanto è pur vero che non c’è due senza tre, e che la curiosità di noi buoni Netflix-addicted attende comunque Daredevil al varco, a prescindere dal risultato.

 

 

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