Spotlight 1

Il caso Spotlight (Thomas McCarthy, 2015)

Verità, giustizia e Spotlight – di Francesca Fichera.

Insieme con La grande scommessa, a dispetto di grandi successi di pubblico come The Revenant Mad Max, il vero favorito agli Oscar 2016: Il caso Spotlight, di Thomas McCarthy, porta alla Academy una ventata di semplicità, che invero nasconde il più complesso dei giochi delle parti.

Siamo nella sede del Boston Globe, il nuovo direttore editoriale Marty Baron (Liev Schreiber) intende ridare vigore all’orientamento investigativo del giornale, e così coinvolge il caporedattore Walter Robinson (Michael Keaton) e il suo team per riaprire le indagini su una serie di casi irrisolti che collegano la pedofilia al clero. Il caso, che all’inizio appare circoscritto alla diocesi locale, con il tempo si rivela di una portata spaventosamente più grande. Lo stesso lavoro dei giornalisti, pubblicato integralmente nel 2002, contribuisce a far emergere nuove testimonianze da ogni parte del mondo, guadagnandosi il Pulitzer.

A quest’effetto domino, però, il film di McCarthy – sceneggiato dal candidato all’Oscar Josh Singer – dedica uno spazio relativamente limitato, con il supporto di didascalie silenziose e agghiaccianti che mettono bianco su nero nomi, luoghi e numeri di un’intera Atlantide di vittime. Il caso Spotlight intende, sì, raccontare le loro storie riemerse, ma ancor di più le persone, la squadra, che le ha riportate alla luce, e il modo in cui l’ha fatto; non rinunciando, d’altra parte, neppure a restituire la visione diretta degli abusati, attraverso scampoli di descrizioni tutt’altro che digeribili.

L’intero impianto narrativo procede lungo il solco dei legal movie più classici, in maniera lineare e pacata grazie al buon dialogo tra la regia di McCarthy e il soggetto di Singer – il quale tuttavia non si risparmia qualche guizzo emotivo, forse di troppo ma comunque bene gestito dagli attori, l’eccezionale Mark Ruffalo su tutti. I primi piani dei botta e risposta si alternano rapidamente a immagini di raccordo, i volti dei personaggi fanno da contrappunto di carne alla carta e al metallo degli archivi, e la sensazione che ne deriva è comunque quella di una compenetrazione crescente, di un nucleo di rabbia e sete di giustizia destinato a esplodere verso la conclusione, quasi riproducendo, su piccola scala, la passione di film come Il verdetto di Sidney Lumet.

E se siete disposti a mettere in secondo piano alcuni eccessi (o ingenuità) della caratterizzazione, come i costumi di Wendy Chuck (possibile che i giornalisti stiano sempre e solo in maniche di camicia?), l’affettazione di Rachel McAdams e l’acconciatura di Brian d’Arcy JamesIl caso Spotlight non vi deluderà. Anzi, vi aggancerà dall’inizio alla fine, dandovi due volte prova del fatto che quando si lavora bene insieme i risultati arrivano. E si vedono.

3 pensieri su “Il caso Spotlight (Thomas McCarthy, 2015)

  1. Ciao Francesca, bella recensione come sempre…e come sempre sono assolutamente d’accordo con te! Stamattina appena sveglia, ho subito controllato i vincitori della notte più affascinante del cinema, e sono rimasta piacevolmente stupita della vittoria del film “Il caso Spotlight”. Credevo che la coppia Inarritu-DiCaprio avrebbe fatto la tripletta, ma non sarebbe stato giusto. Ho visto il caso Spotlight appena uscito in Italia, mi è piaciuto molto, l’ho trovato un film dinamico, con bei dialoghi, scorrevole. Anche se alla fine è un film di denuncia, il grande cast ha permesso a questo film di fare la differenza. Primo fra tutti Mark Ruffalo, con la passionalità e l’energia che gli è propria, poi Michael Keaton, troppo sottovalutato negli ultimi anni, infine Rachel McAdams, brava come sempre. Un film che mi ha tenuta attaccata allo schermo dall’inizio alla fine, molto bello, è giusto che abbia vinto!

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    1. È proprio così Simona: un ottimo lavoro di squadra, sia alla base della storia che ha ispirato il film che all’interno del gruppo che ha contribuito alla sua realizzazione, è la caratteristica che ha permesso a Spotlight di affermarsi meritatamente come Miglior Film. E se non fosse stata un’annata “difficile”, con giganti come Mark Rylance in cinquina, Mark Ruffalo avrebbe vinto senz’altro il titolo di Miglior Attore Non Protagonista. Io confido nel fatto che prima o poi ce la farà :) Grazie per il commento, come sempre!

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